Feb 19, 2018 Last Updated 9:03 AM, Feb 19, 2018

Un'oncologa italiana alla guida della ricerca auropea sui pazienti anziani con neoplasie


Un incarico di prestigio è stato affidato ad un'oncologa italiana, Antonella Brunello, specialista in sarcomi, tumori dell'osso e pazienti anziani oncologici presso l'Oncologia Medica 1 dell'Istituto Oncologico Veneto - IRCCS. E' stata infatti eletta a livello europeo per guidare a Bruxelles la Task Force sui pazienti anziani "Cancer in Elderly" in seno all'Organizzazione europea per la ricerca e la cura del cancro (European Organization for Research and Treatment of Cancer - EORTC).

Vicentina, originaria di Bassano del Grappa, Antonella Brunello si è laureata nel 2003 con una tesi sul carcinoma mammario nelle pazienti anziane ed è autrice e co-autrice di oltre settanta articoli su riviste e pubblicazioni internazionali. Già membro attivo dell'EORTC da circa 10 anni con una continua compartecipazione in studi clinici sugli anziani con neoplasie, la Brunello è entrata in carica in questi giorni per un incarico triennale che terminerà nel 2020. “Obiettivo della Task Force Cancer in Elderly di EORTC”, spiega l'oncologa, “è quello di portare l'attenzione sulle neoplasie dell'anziano. Purtroppo le persone di terza e quarta età vengono attualmente poco considerate all'interno degli studi clinici: gli anziani vengono arruolati raramente perché presentano un quadro clinico e personale che spesso presenta comorbidità complesse. La scarsa partecipazione degli anziani negli studi, fa però si che si ottengano purtroppo scarse raccomandazioni basate sull'evidenza poi applicabili nella pratica clinica e terapeutica quotidiana. La Task Force che inizio a coordinare - un'area di lavoro trasversale nata oltre 20 anni fa - vuole proprio sviluppare, condurre e coordinare la ricerca clinica con il preciso coinvolgimento di pazienti anziani per identificare i migliori percorsi terapeutici, minimizzando le tossicità e gli eventi avversi per un miglior trattamento dei singoli casi".

Da oncologa, Antonella Brunello si occupa presso lo IOV - IRCCS di sarcomi e tumori dell'osso, e dello sviluppo di progetti specificamente ideati per pazienti anziani con tumore. Negli anni ha acquisito competenze anche nelle neoplasie della mammella e dell'apparato genitourinario. Il suo interesse verso le persone anziane con tumore viene già dagli anni universitari, come lei stessa confessa: "Devo dire che il paziente anziano mi ha attratto fin da quando ero in specialità, forse per la sua profonda complessità e vulnerabilità.  Durante la scuola di specializzazione ho trascorso un periodo di formazione e ricerca presso il Lee Moffitt Cancer Center, in Florida, nell'unità di oncologia geriatrica pionieristica in questo ambito e che ancora oggi è considerata una delle più avanzate a livello mondiale”.

Brunello, che fa anche parte del direttivo di GIOGER (il Gruppo italiano di oncologia geriatrica) ed è membro faculty di SIOG (la Società internazionale di oncologia geriatrica), di recente ha vinto un finanziamento per progetto di ricerca finalizzata nazionale, messo a disposizione dal Ministero della Salute per giovani oncologi, per uno studio prospettico randomizzato per pazienti anziani con sarcoma. Attualmente l'oncologa è coinvolta in alcuni trials, tra i quali lo studio GIVE, che sta mettendo a confronto pazienti trattati con una pratica oncologica standard, con altri trattati a partire da un approccio di oncologia geriatrica; e lo studio CAFFE, che coinvolge pazienti anziani che non hanno specifiche vulnerabilità geriatriche e sui quali si punta a valutare in modo prospettico la sicurezza e l'efficacia di terapie sviluppate per un paziente adulto non-anziano.

“L'incarico affidato ad Antonella Brunello ci riempie di orgoglio”, è il commento di Vittorina Zagonel (Direttore di Oncologia Medica 1 presso lo IOV e membro del Consiglio Superiore di Sanità) di fronte all'incarico EORTC. “E' il riconoscimento delle sue competenze professionali, legate ad una particolare attitudine e sensibilità per le persone più fragili, e del livello di attenzione e cura della persona che applichiamo sistematicamente presso il nostro Istituto. Tutti noi sappiamo che non esiste il 'paziente' generico: ogni persona ha problematiche diverse e in particolare oltre una certa età è fondamentale considerare la salute complessiva della persona con il cancro, e non solo la cura del cancro. Ritengo che il ruolo che Antonella potrà svolgere nei prossimi anni possa essere di grande importanza per sviluppare in una rete internazionale nuovi studi a favore di questi pazienti".



Intolleranze alimentari: da domani on line il catalogo per individuare i falsi test

Il proliferare di falsi test diagnostici di “intolleranza o allergia alimentare” non validati dalla comunità scientifica ha generato negli ultimi anni molta confusione nella popolazione e false aspettative di dimagrimento soprattutto nei soggetti in sovrappeso e obesi, con il rischio di incorrere in gravi carenze nutrizionali. Per aiutare i cittadini a riconoscere le bufale nascoste dietro al business dei falsi test, che si aggira attorno ai 3 milioni di euro, l’Associazione italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica - ADI, in collaborazione con le maggiori Società scientifiche (AAIITO, AIGO, AMD, ANDID, SIAAIC, SIAIP, SID, SINU, SINUPE e SIO) ha elaborato un decalogo con i consigli da seguire per evitare di incorrere in false diagnosi e falsi professionisti.
 
Il decalogo validato dal Ministero della Salute sarà consultabile a partire da domani, 16 febbraio, sul sito anti-bufale della Fnomceo www.dottoremaeveroche.it il nuovo portale creato dalla Federazione dell’Ordine dei Medici per rispondere ai principali dubbi sulla salute dei cittadini.
 
“Sempre più spesso ci troviamo di fronte a casi di pazienti disorientati e in sovrappeso che si rivolgono al medico convinti di essere intolleranti a determinati alimenti, solo perché accusano gonfiore addominale e scarsa digeribilità – spiega Antonio Caretto, presidente ADI – Il più delle volte questi pazienti si presentano con i risultati di test non validati e dopo aver seguito delle diete selettive assolutamente prive di efficacia e soprattutto dannose proposte da personale non ascrivibile all’ambito sanitario. Il decalogo vuole essere per la popolazione uno strumento di prevenzione e orientamento che li aiuti a capire a chi rivolgersi prima ancora di ricorrere, senza una prescrizione medica, a inutili e costosi test.
 
“L’uso inappropriato di questi test, eseguiti perlopiù su campioni biologici come sangue, saliva, capelli può determinare un rischio nutrizionale altissimo per la salute - commenta Barbara Paolini, vicesegretario ADI - Le diete che escludono determinati alimenti, se non adeguatamente gestite e monitorate da un professionista sanitario competente, possono comportare un rischio nutrizionale non trascurabile soprattutto nei bambini. Ricordiamo soprattutto ai genitori che si affidano a questi test e autoescludono degli alimenti come latte o grano dalla dieta del bambino, che la diffusione delle diverse intolleranze alimentari è legata in gran parte alle abitudini di vita. Non a caso in Italia le reazioni più diffuse sono quelle legate al latte, al grano, l’uovo e la soia.
 
“La condivisione del Decalogo da parte delle maggiori Società Scientifiche italiane che si occupano del problema, della Federazione degli Ordini dei Medici e del Ministero della Salute vuole sottolineare l’importanza del documento e rafforzare il messaggio – dichiara Gianluigi Spata, componente del Comitato Centrale Fnomceo – Per questo abbiamo voluto fortemente inserire i dieci consigli nel nuovo sito antibufale fatto dai medici per i cittadini”.
 
Queste le 10 regole per gestire le intolleranze alimentari emanate dall'ADI:
 
1.     Le intolleranze alimentari non sono responsabili di sovrappeso e obesità, che sono condizioni causate prevalentemente da uno stile di vita inadeguato. Le intolleranze alimentari “vere” sono poche e possono indurre disturbi gastrointestinali o di altro genere.
 
2.     No all’autodiagnosi ed ai test effettuati direttamente presso i centri laboratoristici senza prescrizione medica. Se si sospetta una reazione indesiderata a seguito dell’ingestione di uno o più alimenti è necessario rivolgersi al proprio medico, che valuterà l’invio allo specialista medico competente. Lo specialista è in grado di valutare quali indagini prescrivere per formulare la diagnosi più corretta.
 
3.     Non rivolgersi a personale non sanitario e attenzione a coloro che praticano professioni sanitarie senza averne alcun titolo. Spesso i test non validati per la diagnosi di intolleranza alimentare, vengono proposti da figure professionali eterogenee, non competenti, non abilitate e non autorizzate, anche non sanitarie. Non effettuare test per intolleranze alimentari non validati scientificamente in centri estetici, palestre, farmacie, laboratori o in altre strutture non specificatamente sanitarie. Solo il medico può fare diagnosi. 
 
4.     Diffidare da chiunque proponga test di diagnosi di intolleranza alimentare per i quali manca evidenza scientifica di attendibilità. I test non validati sono: dosaggio IGg4, test citotossico, Alcat test, test elettrici (vegatest, elettroagopuntura di Voll, bioscreening, biostrengt test, sarm test, moratest), test kinesiologico, dria test, analisi del capello iridologia, biorisonanza, pulse test, riflesso cardiaco auricolare.
 
5.     Non escludere nessun alimento dalla dieta senza una diagnosi ed una prescrizione medica. Le diete di esclusione autogestite, inappropriate e restrittive possono comportare un rischio nutrizionale non trascurabile e, nei bambini, scarsa crescita e malnutrizione. Possono, inoltre, slatentizzare disturbi alimentari. Quando si intraprende  una  dieta di esclusione,  anche  per  un  solo  alimento  o gruppo alimentare, devono essere fornite specifiche indicazioni nutrizionali, per assicurare un adeguato apporto calorico e, di macro e micronutrienti.

6.     La dieta è una terapia e pertanto deve essere prescritta dal medico. La dieta deve essere gestita e monitorata da un professionista competente per individuare precocemente i deficit nutrizionali e, nei bambini, verificare che l’accrescimento sia regolare.

7.     Non eliminare il glutine dalla dieta senza una diagnosi certa di patologia glutine correlata. La diagnosi di tali condizioni deve essere effettuata in ambito sanitario specialistico e competente, seguendo le linee guida diagnostiche.

8.     Non eliminare latte e derivati dalla dieta senza una diagnosi certa di intolleranza al lattosio o di allergie alle proteine del latte. La diagnosi di intolleranza al lattosio o allergie alle proteine del latte deve essere effettuata in ambito sanitario specialistico e competente, tramite test specifici e validati.

9.     A chi rivolgersi per una corretta diagnosi? Medico (dietologo, medico di medicina generale, pediatra di libera scelta, allergologo, diabetologo, endocrinologo, gastroenterologo, internista, pediatra).

10.  Non utilizzare internet per diagnosi e terapia. Il web, i social network ed i mass media hanno un compito informativo e divulgativo e non possono sostituire la competenza e la responsabilità del medico nella diagnosi e prescrizione medica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
LE DIECI REGOLE PER GESTIRE LE INTOLLERANZE ALIMENTARI
 
1.     Le intolleranze alimentari non sono responsabili di sovrappeso e obesità, che sono condizioni causate prevalentemente da uno stile di vita inadeguato. Le intolleranze alimentari “vere” sono poche e possono indurre disturbi gastrointestinali o di altro genere.
 
2.     No all’autodiagnosi ed ai test effettuati direttamente presso i centri laboratoristici senza prescrizione medica. Se si sospetta una reazione indesiderata a seguito dell’ingestione di uno o più alimenti è necessario rivolgersi al proprio medico, che valuterà l’invio allo specialista medico competente. Lo specialista è in grado di valutare quali indagini prescrivere per formulare la diagnosi più corretta.
 
3.     Non rivolgersi a personale non sanitario e attenzione a coloro che praticano professioni sanitarie senza averne alcun titolo. Spesso i test non validati per la diagnosi di intolleranza alimentare, vengono proposti da figure professionali eterogenee, non competenti, non abilitate e non autorizzate, anche non sanitarie. Non effettuare test per intolleranze alimentari non validati scientificamente in centri estetici, palestre, farmacie, laboratori o in altre strutture non specificatamente sanitarie. Solo il medico può fare diagnosi.
 
4.     Diffidare da chiunque proponga test di diagnosi di intolleranza alimentare per i quali manca evidenza scientifica di attendibilità. I test non validati sono: dosaggio IGg4, test citotossico, Alcat test, test elettrici (vegatest, elettroagopuntura di Voll, bioscreening, biostrengt test, sarm test, moratest), test kinesiologico, dria test, analisi del capello iridologia, biorisonanza, pulse test, riflesso cardiaco auricolare.
 
5.     Non escludere nessun alimento dalla dieta senza una diagnosi ed una prescrizione medica. Le diete di esclusione autogestite, inappropriate e restrittive possono comportare un rischio nutrizionale non trascurabile e, nei bambini, scarsa crescita e malnutrizione. Possono, inoltre, slatentizzare disturbi alimentari. Quando si intraprende  una  dieta di esclusione,  anche  per  un  solo  alimento  o gruppo alimentare, devono essere fornite specifiche indicazioni nutrizionali, per assicurare un adeguato apporto calorico e, di macro e micronutrienti.
 
6.     La dieta è una terapia e pertanto deve essere prescritta dal medico. La dieta deve essere gestita e monitorata da un professionista competente per individuare precocemente i deficit nutrizionali e, nei bambini, verificare che l’accrescimento sia regolare.
 
7.     Non eliminare il glutine dalla dieta senza una diagnosi certa di patologia glutine correlata. La diagnosi di tali condizioni deve essere effettuata in ambito sanitario specialistico e competente, seguendo le linee guida diagnostiche.
 
8.     Non eliminare latte e derivati dalla dieta senza una diagnosi certa di intolleranza al lattosio o di allergie alle proteine del latte. La diagnosi di intolleranza al lattosio o allergie alle proteine del latte deve essere effettuata in ambito sanitario specialistico e competente, tramite test specifici e validati.
 
9.     A chi rivolgersi per una corretta diagnosi? Medico (dietologo, medico di medicina generale, pediatra di libera scelta, allergologo, diabetologo, endocrinologo, gastroenterologo, internista, pediatra).
 
10.  Non utilizzare internet per diagnosi e terapia. Il web, i social network ed i mass media hanno un compito informativo e divulgativo e non possono sostituire la competenza e la responsabilità del medico nella diagnosi e prescrizione medica.
 
 
 

 

Migliaia di palloncini contro il cancro infantile

Migliaia di palloncini giovedì 15 febbraio si alzeranno in cielo in occasione della XVI Giornata Mondiale contro il cancro infantile. Si celebra infatti in tutto il mondo l’International Childhood Cancer Day “IccDay” che ha l’obiettivo di informare e sensibilizzare, ma anche riconoscere apertamente il coraggio e la forza dei bambini e degli adolescenti colpiti. A promuovere la giornata a livello internazionale è il Childhood Cancer International, network globale che riunisce 188 associazioni di familiari di bambini e adolescenti malati di cancro, in Italia la giornata è promossa dalla Fiagop onlus (Federazione Italiana delle Associazioni di Genitori di bambini e adolescenti che hanno contratto tumori o leucemie), che riunisce 30 associazioni di genitori e che è socio fondatore dell’Icc.

Alle ore 11 del 15 febbraio migliaia di persone formeranno una catena ideale che attraverserà l’Italia e farà tappa in oltre 40 località tra grandi città e piccole province. Si ritroveranno in ospedali, case d’accoglienza, piazze, scuole per lanciare in cielo 15mila palloncini dorati (biodegradabili) indossando il “nastro d’oro”, simbolo dell’oncologia pediatrica. Il lancio avverrà sia nelle città delle federate Fiagop sia in quelle di molte altre associazioni che hanno aderito all’iniziativa. Alla presenza di rappresentanti delle Istituzioni, personale medico, genitori, bambini e adolescenti in cura e guariti, volontari, la stampa. Dalla federazione arriva l’invito a tutti a manifestare concretamente il loro supporto morale ai bambini ed agli adolescenti che hanno avuto la sventura di essere colpiti dal cancro e ai loro genitori attraverso un piccolo quanto significativo gesto solidale: inviare all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. una loro foto con il palloncino e/o il nastro d’oro corredata da un pensiero di vicinanza e sostegno. Le foto saranno postate sulla pagina Facebook della federazione.

Una discesa nelle piazze per far sapere che – come sottolinea una nota di Fiagop - «Il cancro nei bambini è una malattia curabile, ma continua ad essere la principale causa di morte nei pazienti pediatrici nel mondo, tra le malattie non trasmissibili. A livello mondiale più di 300.000 nuovi casi sono diagnosticati ogni anno (questa è una stima in difetto poiché in molti paesi non esiste un registro dei casi); seimila nuove diagnosi in Europa. Ogni tre minuti nel mondo un bambino muore di cancro». : Anche se l’oncologia pediatrica è la branca della medicina che in questi ultimi decenni ha registrato i più sorprendenti ed esaltanti progressi, in Italia ogni anno si ammalano di tumore (linfomi e tumori solidi) o leucemia, 2200 bambini, 1 bambino su 650 entro i 15 anni di età, circa 1400 bambini e 800 teenager.

«Non possiamo fare finta che il problema non esista, il cancro in età pediatrica è un’emergenza e richiede immediati interventi mirati, sia sul piano terapeutico che in ambito sociale», dichiara Angelo Ricci, presidente Fiagop, che prosegue. «Noi chiediamo ai medici, alle famiglie, alle Istituzioni di lottare insieme, affinché tutti i bambini e gli adolescenti abbiano presto accesso alle cure più avanzate e mirate, e tutto il supporto necessario durante il periodo della malattia, dal momento della diagnosi, durante le terapie, e nella fase di follow-up, in modo che possano ottenere una guarigione vera, tanto nel corpo, tanto nello spirito».
Per raggiungere questi obiettivi è necessario focalizzare l’attenzione su alcuni punti nodali. Sei quelli elencati da Angelo Ricci:
Diagnosi precoce – prestare attenzione ai segni premonitori!
Accesso alle cure più avanzate - indipendentemente dal luogo in cui sono nati. È atroce per un genitore sapere che “altrove” esiste una cura per tuo figlio e che lui non potrà accedervi! La realtà scioccante è che nella maggior parte delle nazioni in via di sviluppo i minori malati di cancro moriranno senza nessuna terapia anti dolore, senza supporto psicologico. 

Nuovi farmaci mirati - Più del 50% dei farmaci somministrati in oncologia pediatrica sono stati testati solo sugli adulti, ma i bambini non sono adulti in miniatura: c’è bisogno urgente di nuovi farmaci appositamente studiati per l’infanzia. In assenza di studi specifici sono le buone pratiche e l’uso consolidato di certi farmaci a supplire a queste carenze. 

Trattamenti meno tossici - In modo che i guariti abbiano meno effetti collaterali tardivi. 

Potenziamento cure palliative - Quando una cura non è possibile, e la morte inevitabile, dobbiamo batterci perché i bambini e gli adolescenti possano accedere alle cure palliative e non provare dolore.
Protezione sociale per i guariti - Contro ogni discriminazione sociale, compresa la possibilità di accedere a coperture assicurative.

Dopo la giornata mondiale, sabato 17 febbraio a Udine è in programma il convegno “Guariti per vivere”, promosso da Fiagop insieme ad Aieop (Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica), in collaborazione con le associazioni Luca – Udine (Associazione friulana di genitori che sostiene le famiglie dei bambini della Regione) e Agmen – Trieste (Associazione Genitori Malati Emopatici Neoplastici). Con la partecipazione di ragazze e ragazzi guariti che porteranno le loro testimonianze di vita.

Antonietta Nembri

 

Diabete: un modello matematico fa luce sulle cause della malattia

Investigati i meccanismi responsabili del difetto di secrezione insulinica nei pazienti diabetici. Lo studio, coordinato dall’Istituto di neuroscienze del Cnr di Padova, migliora la comprensione di questa malattia integrando studi in vitro e in vivo e superando i limiti degli approcci puramente sperimentali. I risultati sono stati pubblicati su ‘Diabetes

Il diabete è una malattia metabolica caratterizzata da aumentati livelli di glucosio nel sangue, che costituiscono un importante fattore di rischio per complicanze cardiovascolari, renali e retiniche. Due principali fattori concorrono a produrre gli elevati livelli di glucosio: la diminuita capacità di azione dell’insulina e un difetto delle cellule del pancreas (le beta-cellule) che secernono insufficienti quantità di insulina (o ‘di questo ormone’). Sebbene nella letteratura scientifica siano presenti studi in vivo, nonché ricerche in vitro sul difetto di secrezione insulinica, è ancora in buona parte sconosciuta la dinamica dei processi responsabili del difetto beta-cellulare che caratterizza questa malattia. Una fondamentale difficoltà di queste ricerche è infatti l’impossibilità di adottare in vivo, nell’uomo, le tecniche d’indagine usate in laboratorio.

Grazie a uno studio, coordinato dall’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (In-Cnr) di Padova in collaborazione con l’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa e le università di Pisa e di Pittsburgh (Usa), è stato possibile confrontare i risultati ottenuti in vitro con quelli su pazienti diabetici ed avere conferma dei meccanismi responsabili del difetto di secrezione insulinica, fondamentale nello sviluppo del diabete di tipo 2, la forma più comune che interessa il 90% dei casi e che si sviluppa prevalentemente a partire dai 40 anni di età. I risultati sono stati pubblicati su ‘Diabetes’.

“Nella letteratura scientifica sono presenti studi in vivo sul ruolo della disfunzione delle beta-cellule, mentre la ricerca in vitro ha chiarito i meccanismi chiave (detti di ‘attivazione’ e ‘amplificazione’) che controllano la secrezione di insulina”, spiega Andrea Mari, ricercatore dell’In-Cnr e co-autore dello studio, ora pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale ‘Diabetes’. “Attraverso l’analisi dei dati ottenuti dagli studi in vitro, abbiamo sviluppato un modello matematico che rappresenta i meccanismi secretori della beta-cellula normale. Lo stesso modello è poi stato utilizzato con successo per simulare le risposte secretorie ottenute in una serie di esperimenti classici sull’uomo, dimostrando la congruità tra gli studi in vitro e quelli in vivo”.

“Basandoci su questa coerenza interpretativa, siamo stati in grado di verificare che la risposta diabetica dipende dai meccanismi di amplificazione della secrezione, mentre quelli di attivazione non appaiono coinvolti”, conclude Eleonora Grespan, dell’In-Cnr. “La ricerca, inoltre, conferma il potenziale applicativo dei modelli matematici nella comprensione della fisiopatologia, in particolar modo quando gli studi in vivo sono limitati da ragioni pratiche o etiche e nei casi in cui l’analisi di molteplici condizioni sperimentali rappresenti la chiave per comprendere i difetti funzionali a livello cellulare”.

 

Tra pochi giorni on line ‘Dottoremaeveroche’, il sito dei medici per i cittadini

Vedrà la luce il prossimo 16 febbraio Dottoremaeveroche, il nuovo sito della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri – Fnomceo che si propone di rispondere ai principali dubbi sulla salute dei cittadini, rinsaldando nel contempo il rapporto con il medico.

Il sito sarà presentato alla Stampa il giorno stesso della messa on line, venerdì 16 febbraio, nell’ambito dell’evento “La comunicazione della Salute al tempo delle fake news: il ruolo del giornalista quale ‘garante’ dell’informazione”, che si svolgerà – dalle 14 alle 18 – presso l’Auditorium Cosimo Piccinno del Ministero della Salute di Lungotevere Ripa 1 a Roma. L’incontro, che vedrà tra i relatori i giornalisti Piero Angela (Superquark), Marco Piazza (Presa Diretta), Valentina Petrini (PiazzapulitaNemo), il Segretario della Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) Raffaele Lorusso e il Segretario aggiunto Mattia Motta, il farmacologo Silvio Garattini (direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano) e molti altri, è organizzato in collaborazione con Eaci (European Association on Consumer Information, Gruppo di Specializzazione della FNSI), gode del patrocinio della stessa FNSI ed è accreditato nell’ambito del Programma di Formazione Continua dell’Ordine dei Giornalisti per 4 crediti. L’ingresso è gratuito previa iscrizione sulla piattaforma Sigef o accreditamento presso l’Ufficio Stampa Fnomceo e sarà consentito sino a un limite di cento persone.

Le  “bufale” o “fake news”, quando incidono sulla salute rischiano di trasformarsi in vere e proprie azioni criminose, colpevolmente sostenute o meno da interessi economici, o soltanto dalla scellerata supponenza dell’ignorante – spiega Cosimo Nume, responsabile Area Strategica Comunicazione Fnomceo -. Da questa premessa è partito il nostro lavoro con il prezioso apporto di esperti comunicatori e di un board scientifico di altissimo spessore, oltre ad un team tecnico di comunicazione”.

C’è la consapevolezza – continua Alessandro Conte, coordinatore del Gruppo di lavoro Fnomceo per il sito –  che concentrare tutti i nostri sforzi e risorse a contrastare le fake news o bufale corrisponderebbe al tentativo di svuotare un lago usando dei secchielli: molta fatica, un illusorio abbassamento del livello nei mesi d’estate più secchi ed altrettanta frustrazione alla successiva stagione delle piogge. Bene, dunque, che i medici elaborino strategie comunicative nuove con il supporto degli esperti di settore, bene che le istituzioni sostengano quanti già impegnati a garantire un’informazione sanitaria trasparente ed accessibile, ma nell’agenda politica i lavori della diga vanno cominciati adesso, rilanciando il senso critico e l’autonomia decisionale degli adulti di domani, con integrazioni efficaci e credibili ai percorsi formativi”.

“Il medico deve attenersi, nell’esercizio della sua professione ma anche nel suo ruolo sociale, alle migliori evidenze scientifiche disponibili – conclude Filippo Anelli, presidente Fnomceo –. Deve farlo per Legge, come chiaramente ribadito dagli ultimi provvedimenti approvati dal Parlamento. Deve farlo per dovere deontologico; deve farlo per senso etico, non solo nei confronti dei pazienti ma dell’intera società. Quando come Ordine, come rappresentanti della professione, parliamo in pubblico, organizziamo convegni, campagne di informazione, corsi di aggiornamento, dobbiamo sempre tenere presente che noi siamo l’ente posto dalla legge a garantire la qualità della professione medica e la tutela del diritto alla salute. E la salute si tutela anche con la diffusione di un’informazione trasparente e veritiera”.

Epilessia. A Milano il convegno FIE "Non c'è cura senza cultura"

Lo scorso 12 febbraio è stata la Giornata Internazionale dell’Epilessia, una delle malattie neurologiche più diffuse al mondo che, solo in Italia, colpisce l’1% della popolazione. “L’epilessia esiste. Parliamone” è il claim che la Federazione Italiana Epilessie (FIE) ha adottato per sottolineare come su questa patologia pesino in modo importante, oltre all’assenza di cure efficaci per almeno una persona con epilessia su tre, una grave disinformazione che orienta in modo negativo l’atteggiamento sociale verso chi ha questa malattia.
Su questi temi, oggi, 14 febbraio, si terrà a Milano, presso Palazzo Marino, un convegno organizzato dalla stessa FIE e dalla Presidenza del Consiglio Comunale di Milano che, attraverso interventi di relatori provenienti da ambiti differenti e le testimonianze di persone con epilessia, consentirà al pubblico di comprendere meglio cosa significhi convivere quotidianamente con questa malattia e quali siano i bisogni di chi ce l’ha.
“Nonostante si tratti di una sindrome neurologica molto diffusa – dichiara l’Avvocato Rosa Cervellione, Presidente della FIE - l’epilessia è ancora scarsamente conosciuta. L’assenza di informazioni corrette sulla patologia e sui fenomeni fisiopatologici dei quali le crisi epilettiche sono espressione, ha determinato un pregiudizio difficile da abbattere che, negli anni, si è nutrito anche di un linguaggio errato e dispregiativo con il quale si parla di epilessia ”.
Proprio per sensibilizzare la società civile sul tema epilessia, favorire la conoscenza della malattia e adottare un linguaggio privo di accenti discriminatori, la FIE ha fortemente voluto un programma di comunicazione nazionale sull’epilessia. Il Ministero della Salute, rispondendo al suo appello, ha realizzato la prima campagna a carattere istituzionale con finalità sociali dal titolo “L’epilessia esiste. Parliamone” della quale è imminente la diffusione sui mezzi di comunicazione di massa (televisione, radio e social media).
 Durante il convengo, Randi Ingerman, Ambasciatrice della FIE racconterà la propria personale esperienza.
“Ho avuto la prima crisi epilettica nel 2006, mentre partecipavo ad un reality e, da allora, ne ho avute oltre 140. In media, una al mese – testimonia Randi -  Ho cercato per anni una terapia, girando le migliori cliniche e incontrando i migliori dottori. Qualcuno mi ha anche consigliato di rivolgermi ad uno psichiatra. Ma solo dopo otto anni di ricerche vane, una dottoressa ha trovato la diagnosi: epilessia causata da malformazione del lobo temporale sinistro”.
“Mi sono avvicinata alla FIE sposandone la causa e diventando quindi loro Ambassador, conclude Randi. Insieme alla FIE ci impegniamo ad informare gli italiani su questa patologia e a lottare contro le discriminazioni verso le persone con epilessia, affinché siano sostenute nell’affrontare la loro condizione e si sentano meno sole”.

Altro tema di forte attualità che verrà affrontato durante l’evento del 14 febbraio, riguarda le terapie antiepilettiche oggi disponibili che risultano efficaci per circa il 70% delle persone con epilessia .
Il rimanente 30% non risponde a nessuna delle terapie attualmente disponibili ed è, quindi, privo di cura.
Questa situazione non è stata modificata dai farmaci sviluppati negli ultimi trent’anni che non hanno abbassato la percentuale delle persone che non rispondono ai trattamenti farmacologici. Gli investimenti pubblici e privati nella ricerca sull’epilessia sono, inoltre, molto inferiori a quelli destinati alla ricerca su altre malattie neurologiche, altrettanto gravi ma meno diffuse. Uno studio di qualche anno fa, condotto negli Stati Uniti d’America da due organizzazioni di persone con epilessia, CURE (Citizen United for Research in Epilepsy) ed Epilepsy Foundation, ha dimostrato infatti che gli investimenti nella ricerca sull’epilessia sono inferiori di un oltre un sesto rispetto a quelli in altre malattie neurologiche, come la malattia di Alzheimer, l'autismo e la malattia di Parkinson.
Proprio sul fronte della ricerca, oggi FIE è attivamente impegnata nella raccolta fondi per la realizzazione del progetto “La cura dell’epilessia inizia con la diagnosi” che, coniugando la ricerca genetica e quella clinica, ha l’obiettivo di identificare nuovi geni responsabili di forme severe di epilessia e di avere un’immediata ricaduta sulla possibilità di diagnosticare e predire l’andamento della malattia, aiutando a individuare terapie selezionate sulla base dei profili genetici individuali dei bambini che entreranno nello studio.
Il progetto, grazie ad avanzate tecnologie di sequenziamento del genoma, chiamate Next Generation Sequencing, prevede l’analisi del DNA di 150 piccoli pazienti, con gravi forme di epilessie farmacoresistenti, in cura presso quattro tra i più grandi Centri clinici e di ricerca in Italia: Ospedale Gaslini di Genova, Ospedale Meyer di Firenze, Ospedale Bellaria di Bologna, Policlinico Universitario di Catanzaro.
Si tratta di un progetto innovativo sia per le tecnologie utilizzate, nel loro potenziale di scoperta, sia per il carattere collaborativo del programma che riunisce quattro importanti centri clinici e un'organizzazione di tutela dei pazienti. La presenza di questo tipo di organizzazione pone al centro il bisogno delle persone e garantisce il mantenimento dell'infrastruttura, la sua crescita successiva e la diffusione dei risultati. In questo modo, si potrà realizzare in Italia il primo Ente dedicato alla  medicina di precisione, guidato e ispirato dal bisogno dei pazienti.
 
A chiusura dell’evento Gianluca Borrelli, Direttore Generale di Credit Agricole Leasing Italia ed Eurofactor Italia, consegnerà alla Federazione Italiana Epilessie il contributo del Gruppo, rappresentato da una donazione finalizzata alla realizzazione del progetto “La cura dell’epilessia inizia con la diagnosi” e, nello stesso tempo, porterà la testimonianza di come la società civile, attraverso un processo di crescita virtuoso nel campo della responsabilità sociale, possa adoperarsi concretamente per il bene comune.
L’evento sarà trasmesso anche in diretta streaming a partire dalle ore 17.

Intolleranze alimentari: arriva il decalogo Fnomceo – Società Scientifiche

Ma davvero le intolleranze alimentari sono la causa di tutti i mali, dal gonfiore addominale, all’obesità, alla calvizie? E, per svelarle, si può far conto su test come l’analisi del capello o l’iridologia, magari condotti in un centro non autorizzato da parte di personale non sanitario? Per ‘curarle’, poi, è saggio eliminare drasticamente dalla dieta alcuni alimenti? Potrebbe a volte sembrare così, leggendo riviste non troppo specializzate, cercando informazioni su Google o risposte di salute da figure non abilitate a fornirle. Dar retta alle lusinghe di queste moderne sirene che promettono – e a volte anche ottengono, ma a prezzo di gravi carenze nutrizionali e compromissione anche irreversibile dello stato generale di benessere – la perdita dei ‘sette chili in sette giorni’ del repertorio della commedia all’italiana può però costare caro. E, a farne le spese, oltre che il portafoglio è soprattutto la salute.

Ora, a fare chiarezza, arriva un decalogo condiviso dalla Federazione nazionale degli ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri – Fnomceo e dalle principali società scientifiche di settore. Il Decalogo, che porterà l’imprimatur del Ministero della Salute, sarà presentato in anteprima assoluta venerdì 16 febbraio, nell’ambito dell’incontro “La comunicazione della Salute al tempo delle fake news: il ruolo del giornalista quale ‘garante’ dell’informazione” (gratuito, 4 crediti FPC giornalisti)che si terrà, dalle 14 alle 18, presso l’Auditorium del Dicastero di Lungotevere Ripa 1. A ripercorrerne la nascita e gli obiettivi saranno Gianluigi Spata, componente del Comitato Centrale Fnomceo, Antonio Caretto – Presidente ADI (Associazione Italiana Dietetica e nutrizione Clinica) e Barbara Paolini – Vicesegretario ADI.

“L’intento di questo decalogo – spiegano Spata e Caretto –  è quello di stimolare l’attenzione della popolazione, attraverso dieci piccole regole, su questa tematica, in modo da evitare di incorrere nell’errore di false diagnosi e terapie e diete inappropriate. La condivisione del Decalogo da parte delle maggiori Società Scientifiche che si occupano del problema, della Federazione degli Ordini dei Medici e del Ministero della Salute vuole sottolineare l’importanza del documento e rafforzare il messaggio”.

 

Ecco, di seguito, i firmatari del Decalogo:

Ministero della Salute 

Federazione Nazionale Ordine Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO)

 Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI)

 Associazione Allergologi Immunologi Italiani Territoriali e Ospedalieri (AAIITO)

Associazione Italiana Gastroenterologi ed Endoscopisti Ospedalieri (AIGO)

Associazione Medici Diabetologi (AMD)

Associazione Nazionale Dietisti (ANDID)

Società Italiana Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAIC)

Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica (SIAIP) 

Società Italiana di Diabetologia (SID)

Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU)

Società Italiana di Nutrizione Pediatrica (SINUPE)

Società Italiana di Obesità (SIO)

 

Anziani, dall’OMS allarme influenza in Europa. HappyAgeing lancia la campagna #tispetta

  • In Italia è allarme dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) sul numero di vaccinazioni anti influenzali effettuate dagli anziani. Nel nostro Paese, solo la metà della popolazione sceglie di farla, a fronte di un obiettivo minimo stabilito al 75% del totale. A farne le spese, quest’anno, già 12mila persone (40.000 in Europa). A questo elevato rischio, che non riguarda solo gli anziani ma anche cardiopatici, diabetici e altri malati cronici, si aggiunge anche quello silenzioso ma mortale della polmonite batterica..che provoca, negli anziani, 9mila morti l’anno (dati Eurostat 2013).

    “Oggi ci sono diverse migliaia di morti l’anno per complicanze da influenza, quasi tutte tra gli anziani ma non dimentichiamo l’emergenza silenziosa delle polmoniti batteriche, che si aggiunge ai 12.000 morti per complicanze per influenza in Italia – dichiara Michele Conversano, presidente happyAgeing (alleanza italiana per l'invecchiamento attivo) – se si combinasse la vaccinazione antinfluenzale al vaccino antipneumococcico, si potrebbe arrivare a ridurre il numero di decessi fino anche del 60%. E le vaccinazioni contro rischi mortali come le polmoniti batteriche e contro patologie invalidanti come l’herpes zoster si possono fare lungo tutto il corso dell’anno, una volta nella vita per essere protetti per sempre”.

    Secondo l’OMS, gli anziani evitano i vaccini per paura, in quanto spaventati dal fatto che prendono già troppi farmaci. A sfatare questa credenza ci pensa l’Istituto superiore di Sanità, che ha invece spiegato come non solo non ci sono controindicazioni, ma anzi è proprio quando si prendono molti medicinali che è meglio fare le vaccinazioni.

    “La vaccinazione è la misura più efficace per prevenire gravi malattie causate dall’influenza – conclude Conversano – per questo HappyAgeing sta portando avanti una campagna sul territorio in diverse regioni italiane per dare piena applicazione del Piano nazionale per le vaccinazioni, inserito nei Livelli essenziali di assistenza. In tutto il territorio italiano i componenti dell’Alleanza italiana per l’invecchiamento attivo sono impegnati per far conoscere agli anziani il proprio diritto alla vaccinazione con la campagna #tispetta. Il vaccino è un mio diritto. Io ci vado”.

 

Tumore ovarico: studio del Regina Elena apre la strada a nuova tecnica per fermare le metastasi

 La presenza concomitante di tre proteine in donne con tumore ovarico è associata a un tumore più aggressivo. Le tre proteine sono i recettori dell’endotelina, la b-arrestina e hMENA. A rivelarlo è uno studio interdisciplinare dell’Istituto Regina Elena, coordinato da Laura Rosanò in collaborazione con Anna Bagnato, del laboratorio di Modelli preclinici e nuovi agenti terapeutici. I risultati sono pubblicati su PNAS e la ricerca è stata condotta grazie al sostegno di AIRC.
Le metastasi tumorali rappresentano una delle cause più frequenti di mortalità nelle donne con carcinoma ovarico. Comprendere le ragioni della diffusione metastatica è una delle sfide più importanti che la ricerca sul cancro tenta di affrontare. Una cellula tumorale per diventare metastatica deve invadere il tessuto circostante, modificando innanzitutto il proprio citoscheletro, ossia quel complesso di filamenti proteici che ne costituiscono l’impalcatura e controllano forma e funzione. La cellula invasiva si fa strada creando delle tracce nel tessuto circostante e lo fa grazie a delle protrusioni chiamate invadopodi. Questo studio dimostra che il recettore per l’endotelina, in associazione con la proteina b-arrestina, guida la formazione di invadopodi maturi sia nel tempo sia nello spazio. Inoltre dal lavoro emerge che la proteina del citoscheletro hMENA è un elemento chiave di questi processi, dato che agisce legando il recettore dell’endotelina e la b-arrestina, e crea così un’ interazione sinergica mai studiata prima nei tumori. In particolare i ricercatori hanno dimostrato che l’espressione concomitante delle tre proteine nei tessuti tumorali delle pazienti con cancro dell’ovaio è associata a un decorso peggiore della malattia.
 
I ricercatori del Regina Elena hanno dimostrato che la presenza di una variante proteica di hMENA, identificata anni fa da Francesca Di Modugno nel gruppo diretto da Paola Nisticò, non solo caratterizza cellule di carcinoma ovarico con capacità invasive, ma è cruciale nella formazione degli invadopodi e quindi di metastasi. È l’interazione del recettore dell’endotelina con questa forma invasiva di hMENA ad attivare una rete di segnali intracellulari che facilitano l’infiltrazione nei tessuti e nei vasi sanguigni, dando origine al processo metastatico.
 
“Identificare i potenziali nodi di vulnerabilità creati da interazioni tra le proteine coinvolte in questi processi – afferma Laura Rosanò – è fondamentale non solo per capire come le cellule tumorali diventano più aggressive, ma anche per utilizzarli come bersagli molecolari al fine di bloccare il processo metastatico”.
“L’endotelina-1 – precisa Anna Bagnato, – si lega ai recettori espressi dalle cellule sia di carcinoma ovarico sia del microambiente tumorale circostante, e promuove così la disseminazione metastatica: questi risultati aprono la strada a nuovi approcci terapeutici. Esiste già un antagonista dei recettori dell’endotelina, il macitentan, approvato per indicazioni non oncologiche, che potrebbe essere sperimentato nei carcinomi sierosi dell’ovaio che esprimono elevate concentrazioni del recettore.”
 
“Sono molto contento che la sinergia tra i vari gruppi di ricerca traslazionale dell’Istituto Regina Elena – afferma Gennaro Ciliberto, Direttore Scientifico IRE – abbia permesso di rivelare nuove vulnerabilità dei tumori ovarici che potranno essere attaccate da approcci terapeutici innovativi”.

 

 

Giornata Mondiale per l'Epilessia. Insegnanti imparano a gestire le crisi con i medici del Bambino Gesù

Quasi 700 insegnanti e operatori scolastici formati; coinvolte più di 100 scuole di Roma e provincia; 12 crisi convulsive affrontate e gestite in classe evitando ospedalizzazioni inappropriate. Sono i risultati di “La scuola non ha paura delle crisi”, iniziativa di formazione promossa dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù in occasione della giornata mondiale per l’epilessia. Il prossimo incontro tra medici e insegnanti si terrà oggi, lunedì 12 febbraio,nell’Auditorium del Bambino Gesù sede San Paolo (viale Baldelli, 38 – Roma).
I due appuntamenti in programma - alle 10:30 e alle 15:00 - verranno seguiti da circa 200 operatori scolastici e da 100 adolescenti. Personale specializzato dell’Ospedale Pediatrico insegnerà ai partecipanti a gestire gli attacchi epilettici in classe con l’ausilio di video tutorial, esempi pratici, strumenti tecnici e teoria, con particolare attenzione alla corretta e tempestiva modalità di somministrazione dei farmaci durante una crisi.
 
Dal monitoraggio delle scuole formate nelle precedenti edizioni dell’iniziativa, è emerso che 1/3 degli istituti ha avuto a che fare con almeno un episodio di crisi epilettica; dopo la formazione è raddoppiato il senso di sicurezza nel somministrare i farmaci ai bambini/ragazzi in preda alle convulsioni e il 100% delle crisi (12 in totale) è stato gestito in classe. Solo in un caso, per la gravità della situazione, si è poi reso necessario il ricovero.
 
«E’ scientificamente dimostrato che educare la scuola alla gestione dei bambini e dei ragazzi affetti da epilessia ne favorisce l’inserimento in classe, migliora la loro qualità di vita - con ricadute positive anche sui livelli di ansia dei genitori - e riduce sensibilmente gli accessi non necessari al pronto soccorso» sottolinea il professor Federico Vigevano, direttore del dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione del Bambino Gesù. «Ancora oggi purtroppo, questi giovani sono vittime di pregiudizi e limitazioni in vari ambiti della loro vita. E’ per questo che discriminazione ed emarginazione vanno combattute con ogni iniziativa di informazione, formazione e sensibilizzazione possibile».
 
Sono i bambini i più colpiti dall’epilessia. Nei due terzi dei casi la malattia si manifesta prima della pubertà. Il 30% di tutte le epilessie è resistente ai farmaci: di queste solo il 10-15% può essere trattata con la chirurgia. In questo caso, prima si interviene più alta è la possibilità di guarigione.
 
L’epilessia è una malattia neurologica dovuta sia ad una predisposizione genetica, sia a lesioni cerebrali. Colpisce mediamente l’1% della popolazione. Si manifesta con crisi di vario tipo nei primi anni di vita (entro i 12 anni nel 70% dei casi) con conseguenze negative sullo sviluppo psicomotorio e ricadute sul piano sociale. Un terzo dei pazienti resiste al trattamento con i farmaci e di questi il 10-15% presenta una lesione cerebrale operabile. La chirurgia dell’epilessia è indicata, infatti, solo quando l’area epilettogena (zona del cervello responsabile delle crisi) è circoscritta e la sua asportazione non causa deficit neurologici.
 
All’ospedale Pediatrico Bambino Gesù ogni anno vengono effettuati oltre 600 ricoveri per epilessia, pari a circa il 60% delle attività dell’unità Operativa Complessa di Neurologia, ed è possibile accedere a terapie alternative come la dieta chetogena. Dal 2010 ad oggi sono stati eseguiti più di 150 interventi chirurgici con una percentuale di successo pari al 70%. Vale a dire che 7 bambini su 10 sono guariti completamente. Quanto più l’intervento è precoce, tanto meno gravi saranno le conseguenze della malattia.
 
Il Centro per l’Epilessia del Bambino Gesù è coinvolto in trial internazionali per la sperimentazione di farmaci ancora non in commercio. Inoltre, grazie alla collaborazione tra neurologi e ricercatori dei laboratori di genetica e genomica dell’Ospedale, negli ultimi anni sono stati individuati nuovi geni responsabili dell’epilessia ed è stato possibile diagnosticare e curare con trattamenti mirati un alto numero di bambini con epilessia insorta nei primi mesi di vita.