Mar 25, 2019 Last Updated 8:55 PM, Mar 22, 2019

Crescono solo gli anziani… ed il bisogno di cure

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Al 1° gennaio 2019 si stima che la popolazione ammonti a 60 milioni 391mila residenti, oltre 90mila in meno sull’anno precedente (-1,5 per mille). La popolazione di cittadinanza italiana scende a 55 milioni 157mila unità (-3,3 per mille). I cittadini stranieri residenti sono 5 milioni 234mila (+17,4 per mille) e rappresentano l’8,7% della popolazione totale. Nel 2018 si conteggiano 449mila nascite, ossia 9mila in meno del precedente minimo registrato nel 2017. Rispetto al 2008 risultano 128mila nati in meno. I decessi sono 636mila, 13mila in meno del 2017. In rapporto al numero di residenti, nel 2018 sono deceduti 10,5 individui ogni mille abitanti, contro i 10,7 del 2017. Il saldo naturale nel 2018 è negativo (-187mila), risultando il secondo livello più basso nella storia dopo quello del 2017 (-191mila).  Sono questi i numeri diffusi dall’Istat che ha pubblicato il report sugli indicatori demografici – Stime per l’anno 2018.  Il numero medio di figli per donna (1,32) risulta invariato rispetto all’anno precedente. L’età media al parto continua a crescere, toccando per la prima volta la soglia dei 32 anni. La fecondità misurata lungo le varie generazioni femminili, anziché per anni di calendario, non ha mai smesso di calare. Tra le donne nate nel 1940 e quelle del 1968 la fecondità diminuisce con regolarità da 2,16 a 1,53 figli. Nel 2018 si registra un nuovo aumento della speranza di vita alla nascita. Per gli uomini la stima è di 80,8 anni (+0,2 sul 2017) mentre per le donne è di 85,2 anni (+0,3).
Popolazione residente in
diminuzione per il quarto
anno consecutivo
Anche nell’ultimo anno si riscontra un’ulteriore flessione della popolazione residente, scesa a 60 milioni 391mila individui al 1° gennaio 2019, fatto che interessa il Paese da quattro anni consecutivamente. La variazione sull’anno precedente è pari al -1,5 per mille. La riduzione si deve al rilevante bilancio negativo della dinamica naturale (nascite-decessi) risultata nel 2018 pari a – 187mila unità, compensata tuttavia da un saldo migratorio con l’estero (+190mila) ampiamente positivo. Le ordinarie operazioni di allineamento e revisione delle anagrafi (saldo migratorio interno e altri motivi) comportano, inoltre, un saldo negativo per 96mila unità. Nel complesso, pertanto, la popolazione diminuisce di 93mila unità. Sulla riduzione della popolazione totale incide prevalentemente la dinamica demografica negativa della popolazione di cittadinanza italiana (-3,3 per mille), scesa a 55 milioni 157mila unità. I cittadini stranieri residenti, invece, aumentando del 17,4 per mille, risultano pari a 5 milioni 234mila e rappresentano l’8,7% della popolazione residente totale.
Meno figli e sempre più tardi
Tra i fattori collegati alla denatalità pesa in particolare la riduzione delle nascite da madre italiana, 358mila nel 2018 e 8mila in meno dell’anno precedente. I nati da cittadine straniere sono stimati in 91mila, pari al 20,3% del totale e circa un migliaio in meno del 2017. Di questi, 67mila sono quelli avuti con partner straniero (nati con cittadinanza estera), 24mila quelli con partner italiano.
Al calo delle nascite si accompagna una fecondità rimasta stabile, pari a 1,32 figli per donna, e un calendario della maternità sempre più spostato in avanti. La fecondità presenta come sempre un profilo diverso tra le regioni. Nel 2018 la Provincia autonoma di Bolzano si conferma l’area più prolifica del Paese con 1,76 figli per donna, nonché l’unica che rispetto al 2010, anno in cui la fecondità nazionale registrava un massimo relativo di 1,46, abbia ulteriormente incrementato. Seguono la Provincia di Trento (1,50), la Lombardia (1,38) e l’Emilia-Romagna (1,37), ovvero tutte regioni del Nord. E, infatti, è proprio nel Nord che si osserva una fecondità maggiore (1,37). All’opposto, le aree del Paese dove la fecondità è più contenuta sono tutte nel Mezzogiorno (1,29), in particolare in Basilicata (1,16), Molise (1,13) e Sardegna (1,06). La situazione non è rosea nemmeno nel Centro che, con 1,25 figli, occupa l’ultimo posto tra le ripartizioni geografiche e, in particolare, nel Lazio (1,23).
In generale, a parità di fecondità totale espressa, tra il 2017 e il 2018 cresce la fecondità nelle età superiori ai 30 anni e diminuisce in quelle inferiori. Nelle età superiori ai 40 anni i tassi di fecondità continuano a salire fino a ottenere, con 90,5 figli per mille donne, il massimo livello dal 1970. In tale segmento di età la fecondità supera, ormai da tempo, quella che si osserva tra le donne con meno di 20 anni e si accinge a eguagliare quella espressa dalle donne di 20-24 anni. Le donne di 30-34 anni, a loro volta, confermano di avere la più alta propensione ad avere figli, primato stabilmente tenuto già dal 1998, in precedenza al quale spettava alle 25-29enni. L’aumento dei tassi di fecondità nelle età più avanzate condiziona, peraltro, l’età media al parto che nel 2018 sale a 32 anni, registrando una crescita di circa due anni nell’arco di un ventennio. Che la fecondità risulti in aumento per un esteso tratto della vita riproduttiva delle donne rappresenta solo apparentemente una risposta al tema del mancato ringiovanimento della popolazione, che nei fatti è parziale. Va sottolineato, infatti, che rimandare la scelta di avere figli a una seconda fase porta a ridurre il tempo biologico a disposizione per procreare e, di fatto, ad averne mediamente meno. Sotto questo punto di vista, guardando a misure omogenee per appartenenza generazionale, se ne ha una rappresentazione ancora più immediata che guardando a misure rilevate in anni di calendario. La generazione 1968, ad esempio, chiude nel 2018 la sua esperienza riproduttiva al compimento del 50° anno con 1,53 figli e un’età media al parto di 30,1 anni. Le donne della generazione 1940, che possono essere considerate le mamme delle nate nel 1968, completavano la propria dimensione familiare media nel 1990 con 2,16 figli e un’età media al parto di 27,8.
Di sicuro aumentando l’età delle partorienti, aumenta il bisogno di cure ed assistenza durante tutto il periodo della gravidanza, a cominciare dall’inizio quando è delicatissimo il momento fra il primo e il secondo mese, soprattutto per gli stress accumulati dalla vita lavorativa, cui di solito si aggiungono intolleranze alimentari, allergie, depressione, preoccupazione per il futuro, sia di tipo economico che lavorativo…
La speranza di vita
riprende a crescere
Nel 2018 si stimano 636mila decessi, 13mila in meno del 2017 (-2,1%). In rapporto al numero di residenti, sono deceduti 10,5 individui ogni mille abitanti, contro i 10,7 del 2017. Il calo della mortalità risulta confermato, peraltro, anche dal tasso standardizzato per ampiezza e struttura per età della popolazione, che scende dall’8,5 per mille all’8,2. Nel quadro di una popolazione che tende a invecchiare e ad aumentare di ampiezza alle età anziane, la logica richiederebbe che il numero di decessi tendesse a crescere, in quanto più individui sono esposti ai rischi di morte, anche nella misura in cui tali rischi dovessero rimanere invariati da un anno all’altro. Quando ciò non si verifica, come nell’ultimo anno, può dipendere dal mutevole andamento delle condizioni climatico-ambientali e dell’alterna virulenza delle epidemie influenzali da una stagione alla successiva. Nell’ultimo decennio, infatti, si sono osservati almeno tre picchi significativi, ossia quello nel 2012 e, soprattutto, nel 2015 e nel 2017. Come si può osservare dall’andamento dei residui questi mettono in luce sia gli eccessi di mortalità registrati in tali anni, sia le diminuzioni intercorse negli anni a ridosso, segnatamente nel biennio 2013-2014 e nel 2016. Nel 2018 il residuo osservato è invece così attenuato da far ritenere che la popolazione, soprattutto quella anziana, possa aver riassorbito l’alterno andamento del quinquennio precedente (2012-2017). Sulla scia dell’altalenante andamento della mortalità anche la speranza di vita ha subito negli ultimi cinque anni un’evoluzione irregolare, pur se tendenzialmente crescente. Nel 2018 le condizioni di sopravvivenza della popolazione migliorano e si registra un nuovo aumento della speranza di vita alla nascita. Per gli uomini la stima è di 80,8 anni (+0,2 rispetto al 2017) mentre per le donne, le più penalizzate nell’ultimo scorcio di periodo, è di 85,2 anni (+0,3). In miglioramento risulta anche la sopravvivenza della popolazione anziana.  Nel 2018, all’età di 65 anni la speranza di vita residua è di 19,3 anni per gli uomini (+0,3 sul 2017) e di 22,4 anni per le donne (+0,2). Le regioni del Paese con le più favorevoli condizioni di sopravvivenza continuano a essere quelle del Nord-est e del Centro. Il primato regionale tra gli uomini compete alla Provincia di Trento (82 anni), seguita da Umbria (81,8), Provincia di Bolzano (81,6), Marche (81,6) e Veneto (81,5 anni). Tra le donne si ha una situazione territoriale molto simile, pur se la graduatoria è in parte invertita rispetto a quella maschile: primeggia, infatti, la Provincia di Bolzano (86 anni) davanti a quella di Trento e alle Marche (85,9), che a loro volta precedono Veneto e Umbria (85,8).
Cresce (solo) il numero
di anziani
Prosegue la crescita, in termini assoluti e relativi, della popolazione di 65 anni e più. Al 1° gennaio 2019, infatti, gli over 65enni sono 13,8 milioni e rappresentano il 22,8% della popolazione totale. L’aumento continuo della popolazione al di sopra di una determinata soglia di età è in linea col quadro di progressivo invecchiamento e si deve principalmente alle riduzioni di mortalità che hanno avuto luogo nei decenni antecedenti. Rispetto al 1° gennaio 2015, cioè nel preciso momento in cui la popolazione totale raggiungeva con 60,8 milioni il massimo dell’epoca recente e da cui, in seguito, si è avviato un declino protrattosi nei quattro anni successivi, la popolazione ultrasessantacinquenne registra un incremento di 560mila unità. La diminuzione della popolazione complessiva nell’arco degli ultimi quattro anni si deve, pertanto, alla progressiva riduzione della popolazione fino a 14 anni di età (-420mila) e di quella in età 15-64 anni (-540mila). I giovani fino a 14 anni sono oggi circa 8 milioni e rappresentano il 13,2% del totale; gli individui in età attiva sono 38,6 milioni e costituiscono il 64%.
Nel quadro di tendenze così contrapposte tra soggetti in condizione attiva o formativa e chi risulta, invece, prevalentemente ritirato dal mondo del lavoro, crescono ulteriormente i rapporti di dipendenza intergenerazionale. L’indice di dipendenza degli anziani, ad esempio, risulta oggi pari al 35,6%, quello di vecchiaia al 173%, cosicché l’età media della popolazione supera abbondantemente i 45 anni. Peraltro, anche la popolazione in età attiva sta divenendo sempre più anziana. La quota di individui in età 15-39 anni scende al 26,8% del totale, quella relativa ai 40-64enni sale al 37,2%. Tale processo, in atto già da diversi anni, avrà termine quando le generazioni nate negli anni del baby-boom, oggi bene all’interno della popolazione in età attiva adulta, avranno completato la transizione verso le età anziane. In linea con i progressi di sopravvivenza conseguiti dalle generazioni nel tempo, la popolazione super anziana ha ormai raggiunto una cifra significativa. In Italia si contano circa 2,2 milioni di individui di età pari o superiore agli 85 anni, il 3,6% del totale. L’Italia, inoltre, detiene il record europeo, insieme alla Francia, del maggior numero di ultracentenari in vita, oltre 14mila in base alle stime. Nell’ultimo quinquennio, in realtà, tale popolazione super longeva ha subito una riduzione da che, al 1° gennaio 2015, aveva conseguito il suo massimo storico con oltre 19mila individui. Ciò è stato dovuto al fatto che, in tale periodo, transitavano tra gli ultracentenari i superstiti delle generazioni del primo conflitto mondiale (1915-18), contraddistinte da un minor numero di nati. È assai verosimile che la riduzione si protrarrà per un altro anno ancora, nel momento in cui subentreranno tra le coorti ultracentenarie i nati nel 1919, ma da quello successivo riprenderà la corsa a nuovi e più cospicui traguardi di longevità.
Inutile sottolineare che se la longevità non è… “attiva”, ossia se non ci manteniamo a lungo in salute, con l’aumento della popolazione anziana crescono le necessità di assistenza e ricoveri, lungo degenza e riabilitazione, reparti dedicati, case di riposo, ecc. ecc. Aumenta soprattutto, il bisogno di avere una serie di strutture, dispositivi, prodotti riservati alle fragilità tipiche dell’anziano, materia (e materiali), come diciamo spesso noi della redazione di Senzaetà, in cui l’Italia è ancora piuttosto indietro.