Sep 24, 2018 Last Updated 3:22 PM, Sep 21, 2018

Gestione condivisa e sicura dei dati clinici: l'Italia può essere all'avanguardia. I dati del XVIII Convegno Nazionale AIIC

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Un elettrocardiogramma (ECG) fatto in un ospedale del Friuli può essere letto da un medico in Lazio o in Veneto e, nel giro di qualche anno, ad Amsterdam o in un’altra città europea. Il dato sanitario diventa così "interoperabile", cioè accessibile anche in una regione diversa da quella dove è stato prodotto. A questa nuova frontiera tecnologica sono state dedicate una serie di sessioni di simulazioni al XVIII Convegno Nazionale dell'Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC), in corso a Roma dal 10 al 12 maggio. Da circa quindici anni, in America, si studia l’IHE (Integrating the Healthcare Enterprise), l’interoperabilità dei dati clinici ed oggi anche in Italia inizia a rendersi possibile questo approccio di condivisione. Approccio che vede lo sforzo unificato di aziende, centri di cura, clinici e specialisti di informatica e tecnologie. “Ogni anno”, dice Maurizio Rizzetto, responsabile del progetto per AIIC, “venditori e acquirenti delle varie aziende di strumenti diagnostici e medicali, individuano le questioni di incompatibilità che bloccano la condivisione dei dati e definiscono, in un documento condiviso, regole e percorso, per ciascuno standard, per raggiungere l’interoperabilità dei dati. Questo metodo ci ha permesso importanti passi in avanti nella gestione unificata di dati e problematiche”.

L’Europa è arrivata all’IHE qualche anno dopo gli Usa. Dall’anno scorso, l’Agenzia per l’Italia digitale (AGID), con il ministero della Salute e quello dell’Economie e delle Finanze hanno istituito l’Infrastruttura nazionale per l’interoperabilità (INI). Si tratta di una sorta di nuvola digitale che permette di far dialogare tra loro dati sanitari che sono codificati in modo diverso nelle varie regioni. In realtà la questione è più complessa perché ogni azienda che produce strumenti per diagnosi (ECG, ecografi o altro) usa standard differenti. “Ogni sistema tecnologico raccoglie e archivia i dati clinici con un proprio codice”, spiega Rizzetto. “L’ecografo di marca A, ad esempio, lavora il dato in un modo che è differente da quello dell’azienda B. Bastano piccole differenze, anche solo il modo di scrivere la data, per rendere il dato inaccessibile da altri strumenti”. Poiché a seconda dell’ospedale o della struttura dove si fa un esame, anche all’interno della singola regione, esistono strumenti di marche diverse, un primo ostacolo da superare è all’interno delle stesse aziende sanitarie (ASL) e tra quelle di una stessa regione. Il mandato del governo italiano è stato quello di rendere il dato interoperabile tra una regione e l’altra, quindi è la singola regione che deve rimuovere i blocchi alla trasmissione dei dati delle proprie ASL.

In questo contesto è chiaro che la realizzazione del fascicolo sanitario elettronico, cioè la cartella clinica che si raggiunge con un click, è il punto di partenza per la concretizzazione e lo sviluppo del progetto. Poiché le regioni, sulla questione, stanno procedendo non solo con standard diversi, ma in ordine sparso e a velocità differenti, il lavoro da fare è ancora tanto. Le Demo di simulazione IHE fatte al congresso AIIC a rotazione continua (vi hanno partecipato oltre 300 ingegneri) dimostrano però che non è così lontano tecnologicamente il tempo in cui i medici di realtà differenti potranno finalmente visualizzare la storia clinica dei loro pazienti con un click. “Il sistema”, spiega Stefano Bergamasco, responsabile scientifico AIIC, “ non fa viaggiare i dati, ma li rende disponibili dalla sede dove sono archiviati”. Ovviamente anche il paziente potrà risalire a esami, prescrizioni di farmaci, lettere di dimissioni o altri documenti che riguardano la sua salute.

Le direttive delle autorità centrali sono di procedere per gradi. I primi dati da rendere interoperabili sono i referti, poi le prescrizioni di farmaci, quindi le prenotazioni delle prestazioni (CUP), quindi i dati radiologici.

Al congresso AIIC, utilizzando dati fittizi di un paziente creato ad hoc, si è testata la reale modalità di interoperabilità del dato clinico, come l’accesso alla lettera di dimissione da un ospedale laziale di un paziente del Veneto o la lettura, in Lazio della refertazione di un tracciato elettrocardiografico fatto in Friuli Venezia Giulia. Le regioni coinvolte nella simulazione, che si sono interfacciate, con la mediazione del sistema nazionale di interoperabilità dell’INI, sono state: Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia –Romagna, Toscana, Lazio e Calabria. Particolarmente interessante la presenza della Calabria, regione che è in piano di rientro e che per questo, al momento appoggia i dati a livello del ministero dell’Economia. Questa scelta salvaguarda la garanzia di un uguale accesso alle prestazioni sanitarie a tutti i pazienti, a prescindere dalla capacità di una regione a poterlo sostenere.

“Rendere disponibile un dato clinico in altri presidi sanitari e in tempo reale” osserva ancora Stefano Bergamasco, “risponde a un bisogno di salute del paziente non solo in fase di emergenza, ma anche per una semplice consulenza da parte di altri medici specialisti”. L’Italia, con l'accelerazione sul sistema IHE è all’avanguardia in Europa: nessun paese europeo sta spingendo così forte su questo versante. “Le simulazioni proposte all’AIIC”, ricorda concludendo Rizzetto, “dimostrano che l’interoperabilità dei dati clinici è tecnicamente possibile e cronologicamente vicina”. Ovviamente la possibilità che il medico visualizzi i dati altamente sensibili sulla salute di un paziente apre a problematiche di privacy che anche il nuovo regolamento europeo GDPR prova a tutelare, ma questa è questione puramente normativa. Speriamo sia definita in breve tempo, per non sprecare il lavoro svolto negli ultimi anni.