Dec 09, 2018 Last Updated 11:44 AM, Dec 7, 2018

Gizzi (Assofarm) dice no alla vendita delle farmacie comunali

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Pubblichiamo l'editoriale di Notizie da Assofarm n. 139 dal titolo "Farmacie Comunali, perchè venderle?" ad opera di Venanzio Gizzi, Presidente Assofarm

“Non troviamo una sola valida ragione per cui, proprio oggi, un sindaco dovrebbe vendere le farmacie comunali. Dire “proprio oggi” è d’obbligo perché è difficile immaginare un altro momento, più di quello presente, in cui una farmacia comunale ben amministrata può produrre buoni frutti per i sindaci.

La verità è che, quotidianamente distratti dai tanti problemi della sanità italiana, spesso trascuriamo il fatto chela stragrande maggioranza delle Farmacie Comunali italiane gode di ottima salute. Una salute che attraversa le principali dimensioni dell’essere farmacia sociale.

Una farmacia sociale è un player di iniziative sul proprio territorio. Ogni mese “Notizie da Assofarm” da conto di decine di progetti che le farmacie comunali italiane realizzano in ogni angolo del paese. Solo scorrendo i numeri degli ultimi mesi, ricordiamo come ad Arezzo sia stato avviato un servizio di consegna notturno per persone che non possono muoversi da casa, a Scandicci (Fi) sono state offerte visite gratuite per la prevenzione del melanoma, a Fiumicino ospitiamo un servizio di primo ascolto a donne vittime di maltrattamenti, a Rieti supportiamo un progetto di miglioramento della qualità della vita degli over 60, abbiamo donato cinque defibrillatori a Moltalto di Castro, a Perugia abbiamo avviato una campagna di screening per la salute, a Vittorio Veneto doniamo prodotti neonatali ad ogni nuovo cittadino, a Varese portiamo avanti una campagna contro l’invecchiamento precoce, a Bacoli (Na) visite senologichegratuite. E via dicendo: ogni mese centinaia di progetti in ogni angolo del paese.

A leggerle così, alcune di queste iniziative potrebbero apparire troppo locali, non sempre originali e innovative. Viste, e soprattutto vissute, dalla prospettiva di quei cittadini che per motivi economici o di salute si trovano in una condizione di indebolimento sociale, le stesse iniziative assumono un valore decisamente più significativo.

Tutto ciò è possibile non tanto grazie alle famose “risorse”, quanto piuttosto grazie ad una cultura civico-sanitaria dei nostri manager e farmacisti, che intende se stessie le proprie aziende come veri e propri attivisti dello sviluppo locale.

 

Una farmacia sociale produce bilanci sani

Ancora una volta è questo stesso notiziario a “fare il punto” sull’andamento economico delle farmacie comunali, quasi sempre nelle sue uscite di aprile emaggio. Sono infatti questi i mesi in cui la maggior parte dei CdA delle nostreassociate approva i bilanci consultivi dell’anno precedente.

È davvero impressionante vedere come una schiacciante maggioranza di aziende farmaceutiche comunali riesca a produrre risultati pienamente lusinghieri nonostante non solo i problemi del settore, ma anche limiti aggiuntivi che pesano sulle comunali e non sui concorrenti privati. Solo le farmacie comunali, infatti, sottostanno alle rigidità del patto di stabilità e del codice degli appalti. Solo lefarmacie comunali garantiscono ai loro farmacisti dipendenti condizioni contrattuali più vantaggiose dei colleghi del settore privato.

 

Una farmacia sociale è naturalmente benefit

Gli utili di cui abbiamo appena parlato, è bene ricordarlo, sono utili pubblici. Ogni singolo euro guadagnato viene reinvestito dalle amministrazioni comunali in iniziative a favore della collettività locale. Come già scritto in passato, Assofarm ha stimato che in tre anni le farmacie comunali producano oltre 150 milioni di euro in contributi alle casse dei comuni italiani.

Ecco perché, sulla scorta della recente trasformazione delle Farmacie Comunali di Firenze in società di benefit, Assofarm mira ad estendere questa evoluzione a tutta propria compagine associativa. Si tratterebbe di un passaggio che sancirebbe formalmente ciò che già siamo da sempre: soggetti di mercato che operano in un ambito importantissimo per la vita dei cittadini, quello della salute, secondo approcci di responsabilità sociale e reinvestendo nel sociale stesso gli utili prodotti dall’attività commerciale.

Un elemento, quello sociale, che rischia di essere sempre più rilevante. Il nostro timore è che le riforme introdotte dall’ultima legge sulla concorrenza produca, nel medio periodo, i classici risultati dell’effetto-cartello: aumento dei prezzi a seguito della concentrazione proprietaria in poche grandi catene distributive, focalizzazione di farmacie nelle sole aree più redditizie. In questo scenario le farmacie comunali potrebbero essere l’unica risposta al ridotto accesso al farmaco per chi risiede nelle aree rurali e per chi ha basso reddito.

A fronte di tutto ciò, perché alcune amministrazioni locali si ostinano a voler vendere?

Certo, ci sono anche farmacie comunali che hanno prodotto perdite consistenti. Ma i sindaci loro proprietari non possono non sapere che il paese possiede manager competenti e best practies realizzate altrove in grado di guidare il risanamento. Certo, ci sono amministrazioni che hanno impellente necessità di denaro contante. Ma queste giunte comunali non possono non sapere che la maggior parte dei bandi di vendita va deserto fino a quando non si producono drammatici ribassi della base d’asta. Insomma, le farmacie comunali malate sono curabili, le farmacie comunali sono più redditizie di quanto siano vendibili.

Tutto ampiamente dimostrato. Perché allora qualcuno le vende? Forse perché ottenere risultati è possibile ma non facile. Richiede visione politica, progettualità sociale, competenze aziendalistiche. Tutte doti che distinguono la nuova politica locale dalla sua versione precedente. Per un sindaco, avere una o più farmacie comunali significa accettare la sfida

entusiasmante di confrontarsi con la quotidianità sanitaria dei propri concittadini, significa scoprirsi imprenditore di un’economia nuova, significa sviluppare strategie dalla gittata superiore al proprio mandato. Significa insomma essere un vero e proprio amministratore e non semplicemente un diligente amministrativo”.