Apr 19, 2019 Last Updated 4:02 PM, Apr 19, 2019

Medicina e Chirurgia a Napoli: eccellenza didattica al Federico II

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Napoli: molti problemi, moltissime risorse. Ma a fare notizia, si sa, è sempre ciò che non funziona, e il clamore delle polemiche spesso finisce per gettare un’ombra sulle luci di una città che, in tema di istruzione ha... veri gioielli! Un esempio? Tra il quartiere Vomero e i Camaldoli sorge un complesso architettonico circondato dal verde: si tratta della “Zona Ospedaliera”, sede del Nuovo Policlinico e della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università Federico II. Da questa eccellenza, riconosciuta come tale a livello europeo, parte il viaggio di Senzaetà alla scoperta delle Facoltà italiane che hanno il compito di formare i futuri attori della Sanità. L’Università degli Studi di Napoli fu fondata il 5 giugno 1224 dall’imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia Federico II di Svevia, soprannominato Stupor Mundi dai suoi contemporanei per l’inestinguibile curiosità intellettuale alla base della sua grande cultura. Poiché fu creata per volontà imperiale, l’Università di Napoli è considerata la prima università laica europea di tipo statale. La nascita del complesso edilizio di Cappella dei Cangiani della Facoltà di Medicina e Chirurgia risale al 1960, ma l’attività didattica ebbe inizio il 15 novembre 1972. Recentemente, con l’entrata in vigore del ddl Gelmini, l’assetto delle Università italiane ha subito profonde modifiche: dal 2013 la Facoltà di Medicina e Chirurgia è confluita nella Scuola di Medicina e Chirurgia insieme alle Facoltà di Farmacia e Biotecnologie Mediche. L’anno successivo il prof. Luigi Califano, chirurgo maxillo-facciale, è stato eletto Presidente della Scuola, incarico che tutt’ora detiene. E proprio al prof. Califano abbiamo chiesto di presentare la Scuola di Medicina e Chirurgia napoletana.  Prof. Califano, ci descriva la Scuola di Medicina e Chirurgia di Napoli e le sue eccellenze.
“La nostra è una grande struttura didattica, assistenziale e di ricerca, un vero gioiello del Mezzogiorno. Sul piano della didattica, la Scuola comprende 34 corsi di laurea e 51 scuole di specializzazione, frequentati da oltre 23.000 studenti. 7 sono i nostri dipartimenti, 2 dei quali sono stati valutati come eccellenze dall’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca): il Dipartimento di Farmacia e il Dipartimento di Medicina Molecolare e Biotecnologie Mediche. Per quel che riguarda l’assistenza, la Scuola è direttamente collegata al maggiore ospedale del Sud Italia, il Nuovo Policlinico universitario, in cui sono presenti tutte le specializzazioni mediche esistenti. Qui ogni anno si effettuano oltre 400.000 visite e 60.000 ricoveri. Infine, un aspetto a cui tengo molto: la ricerca. Posso orgogliosamente affermare che da noi lavorano gruppi di ricerca tra i più importanti d’Italia, come Cnr, Tigem (Istituto Theleton di Genetica e Medicina) e Ceinge, il centro di ingegneria genetica e biotecnologie avanzate”.
Quali sono gli aspetti da potenziare?
“Malgrado l’alto livello della struttura, di aspetti da migliorare ce ne sarebbero molti. Per quel che riguarda la didattica, la connessione sempre più stretta tra medicina e tecnologia accresce il bisogno di dotarsi di strumenti molto avanzati per formare i futuri professionisti della Sanità. Poi torno ad insistere sulla ricerca: senza ricerca non c’è cura, incentivare lo sviluppo di questo aspetto è fondamentale per l’intera comunità, non solo per la Federico II. Lo stesso discorso vale per le prestazioni ospedaliere del Policlinico, un’eccellenza che potrebbe ulteriormente migliorare per garantire cure ed assistenza ai cittadini napoletani e di tutto il meridione”.
Cosa ne pensa dell’ipotesi di abolire il numero chiuso?
“Penso che non sia un progetto attuabile. Le Scuole di Medicina possiedono aule, strumentazione e corpo docenti tarati per assicurare un buon livello di formazione ad un determinato numero di studenti, permettere l’ingresso a tutti senza una selezione iniziale rischierebbe di incidere pesantemente sulla qualità dell’insegnamento. Inoltre, stando alla normativa europea, nel nostro paese gli specializzandi vengono retribuiti, ma i contratti annuali a loro riservati  sono solo 6.000. Quello che serve in Italia è una rigorosa programmazione del fabbisogno di medici, un’indagine meticolosa che sveli il numero reale dei posti che vanno messi a concorso, al quale, ovviamente, dovrebbe corrispondere il numero dei nuovi medici usciti dalle Università”.