Mar 25, 2019 Last Updated 8:55 PM, Mar 22, 2019

Villaggio Barona: housing sociale a Milano

A Milano esiste una realtà che sarebbe diminutivo chiamare Villaggio Integrato. E’ il Villaggio Barona della Fondazione Cassoni. Dentro c’è un mondo legato al sociale, fatto di accoglienza per varie famiglie di provenienze diversissime. Ma anche una residenza protetta e ricovero assistito per pazienti di HIV, un attrezzatissimo centro diurno per anziani, aree destinate a giochi e ospitalità per bambini, eventi e cultura, tanto spazio verde e giardini attrezzati. Poi, una serie di negozi e servizi sociali, come lavanderia, sartoria e ricreazione.
Cerchi casa? Cerchi un’area per eventi? Un box auto? Uno spazio per attività sociali? Vuoi fare volontariato, impegnarti nel sociale? Vuoi sostenere una fondazione benefica? Sono questi gli slogan che funzionano, al Villaggio Barona e l’ubicazione strategica aiuta. Non solo. Il progetto del Villaggio Barona è emblematico in quanto ha sperimentato nuove soluzioni in tema housing sociale, riuscendo nella riqualificazione di un’area urbana degradata di cui ha ridisegnato non solo l’aspetto di periferia ma anche il contenuto sociale. Si tratta di una esperienza che ha scommesso sulla possibilità di collocare al centro della vita del quartiere una serie di realtà e di situazioni sociali tradizionalmente poste al margine.
In un momento segnato dall’arretramento delle politiche abitative pubbliche e dalla difficoltà dei meccanismi tradizionali di produzione e gestione dell’edilizia sociale, il Villaggio Barona rappresenta una sfida impegnativa intrapresa da alcune realtà di terzo settore. E’ una dimostrazione concreta della possibilità di intervenire con progetti di qualità in un ambito, l’housing sociale, trascurato dalle politiche pubbliche e dal mercato.  E’ evidente che il progetto, proprio in conseguenza delle forti anticipazioni che propone, assume un valore sperimentale e ha richiesto la convergenza di risorse, volontà e attori differenti difficilmente replicabili su larga scala (si pensi alla Fondazione proprietaria del terreno, o alla Fondazione Cariplo e la Banca Popolare di Milano che hanno erogato per il Progetto contributi significativi).
L’obiettivo del Villaggio Barona è di mostrare che gli interventi di housing sociale possono essere progettati, realizzati e gestiti ponendo al centro le situazioni di svantaggio, di esclusione, di vulnerabilità che – sempre più numerose – normalmente vengono considerate marginali e da contenere il più possibile, recuperando in questo modo parte della distanza tra il sistema dell’offerta abitativa e le molte aree della “domanda di casa” ancora insoddisfatte.

“Fuggerei”: le origini del villaggio sociale integrato

Dici “quartiere popolare” e pensi a quanto di peggio si possa trovare in una città: povertà, degrado, sporcizia, criminalità. È sempre così? Niente affatto, anzi: esistono esempi di edilizia popolare di indubbia bellezza e grande efficienza, tanto da essere considerati vere e proprie attrazioni turistiche! È questo il caso della Fuggerei, il complesso di case popolari più antico del mondo; 67 graziose villette a schiera ricoperte di edera, dislocate lungo 8 vicoli e racchiuse all’interno di mura che, più che un quartiere, fanno di questo piccolo centro abitato una vera e propria “città nella città” di Augusta, in Baviera.
La Fuggerei deve il nome al suo fondatore, Jacob Fugger il Ricco, banchiere ed imprenditore, membro della più potente famiglia europea del XVI secolo. Strenui sostenitori della fede cattolica, i Fugger si sentirono in dovere di lodare Dio investendo una piccola parte del loro immenso patrimonio in un’opera che non fosse semplicemente caritatevole, ma funzionale al benessere della città: fu così che la Fuggerei sorse nel 1521 per accogliere i cittadini più indigenti di Augusta, purché fossero cattolici e di buona reputazione. Il canone d’affitto annuale era -ed è ancora!- un Fiorino renano (equivalente a 88 centesimi odierni) e tre preghiere al giorno per il fondatore e i suoi cari, i cui volti figurano nelle targhe poste al di sopra delle tre porte d’ingresso. Ovviamente, ogni abitante era chiamato a contribuire attivamente alla vita della comunità, pertanto, più che un semplice quartiere popolare, la Fuggerei può essere considerata a buon diritto uno dei primi esempi di villaggio integrato. Poveri sì, ma con dignità. Lo sottolinea lo stesso progetto edilizio: le case, disposte in file parallele, sono suddivise in appartamenti su diversi piani, ognuno con un proprio ingresso autonomo. Ogni abitazione è composta da cucina, soggiorno, una camera da letto ed una piccola stanza, per un totale di circa 60 metri quadrati. Una ripartizione dello spazio eguale e funzionale, rispettosa del bisogno di indipendenza di ogni singolo individuo…e del comune senso estetico, visto che l’architetto Thomas Krebs arricchì gli esterni con vari elementi decorativi. È anche per questo che, pur ospitando ancora 150 abitanti, la Fuggerei costituisce una delle attrazioni principali di Augusta. Bastano pochi euro per visitare questo mirabile esempio di “lungimiranza sociale e morale”, scoprire la piazzetta di San Marco in cui sorge l’omonima chiesa datata 1581, ammirare il museo, il busto bronzeo di Jakob Fugger e la casa in cui intorno alla fine del Seicento visse Franz Mozart, bisnonno del ben più celebre Wolfgang Amadeus. Purtroppo, circa i due terzi delle strutture originali sono andati distrutti dai bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale, ma, una volta terminato il conflitto, venne avviata immediatamente un’opera di ricostruzione che, nel giro di 30 anni, non ripristinò solamente la Fuggerei nel suo stile originale, ma la ampliò ulteriormente. Tra gli edifici più moderni, nella piazzetta San Marco figura anche il palazzo dell’amministrazione, dove opera la “Fürstlich und Gräflich Stiftungs-Administration” responsabile della gestione del complesso di Augusta e di altre 8 fondazioni Fugger. Proprio la volontà di mantenere l’aspetto e l’antica funzione del complesso abitativo, implementandone i servizi destinati ad abitanti e visitatori, testimonia la valenza sociale di una realtà che, a dispetto dei suoi 500 anni, è ancora quanto di più moderno si possa trovare in Europa.

 

Crescono solo gli anziani… ed il bisogno di cure

Al 1° gennaio 2019 si stima che la popolazione ammonti a 60 milioni 391mila residenti, oltre 90mila in meno sull’anno precedente (-1,5 per mille). La popolazione di cittadinanza italiana scende a 55 milioni 157mila unità (-3,3 per mille). I cittadini stranieri residenti sono 5 milioni 234mila (+17,4 per mille) e rappresentano l’8,7% della popolazione totale. Nel 2018 si conteggiano 449mila nascite, ossia 9mila in meno del precedente minimo registrato nel 2017. Rispetto al 2008 risultano 128mila nati in meno. I decessi sono 636mila, 13mila in meno del 2017. In rapporto al numero di residenti, nel 2018 sono deceduti 10,5 individui ogni mille abitanti, contro i 10,7 del 2017. Il saldo naturale nel 2018 è negativo (-187mila), risultando il secondo livello più basso nella storia dopo quello del 2017 (-191mila).  Sono questi i numeri diffusi dall’Istat che ha pubblicato il report sugli indicatori demografici – Stime per l’anno 2018.  Il numero medio di figli per donna (1,32) risulta invariato rispetto all’anno precedente. L’età media al parto continua a crescere, toccando per la prima volta la soglia dei 32 anni. La fecondità misurata lungo le varie generazioni femminili, anziché per anni di calendario, non ha mai smesso di calare. Tra le donne nate nel 1940 e quelle del 1968 la fecondità diminuisce con regolarità da 2,16 a 1,53 figli. Nel 2018 si registra un nuovo aumento della speranza di vita alla nascita. Per gli uomini la stima è di 80,8 anni (+0,2 sul 2017) mentre per le donne è di 85,2 anni (+0,3).
Popolazione residente in
diminuzione per il quarto
anno consecutivo
Anche nell’ultimo anno si riscontra un’ulteriore flessione della popolazione residente, scesa a 60 milioni 391mila individui al 1° gennaio 2019, fatto che interessa il Paese da quattro anni consecutivamente. La variazione sull’anno precedente è pari al -1,5 per mille. La riduzione si deve al rilevante bilancio negativo della dinamica naturale (nascite-decessi) risultata nel 2018 pari a – 187mila unità, compensata tuttavia da un saldo migratorio con l’estero (+190mila) ampiamente positivo. Le ordinarie operazioni di allineamento e revisione delle anagrafi (saldo migratorio interno e altri motivi) comportano, inoltre, un saldo negativo per 96mila unità. Nel complesso, pertanto, la popolazione diminuisce di 93mila unità. Sulla riduzione della popolazione totale incide prevalentemente la dinamica demografica negativa della popolazione di cittadinanza italiana (-3,3 per mille), scesa a 55 milioni 157mila unità. I cittadini stranieri residenti, invece, aumentando del 17,4 per mille, risultano pari a 5 milioni 234mila e rappresentano l’8,7% della popolazione residente totale.
Meno figli e sempre più tardi
Tra i fattori collegati alla denatalità pesa in particolare la riduzione delle nascite da madre italiana, 358mila nel 2018 e 8mila in meno dell’anno precedente. I nati da cittadine straniere sono stimati in 91mila, pari al 20,3% del totale e circa un migliaio in meno del 2017. Di questi, 67mila sono quelli avuti con partner straniero (nati con cittadinanza estera), 24mila quelli con partner italiano.
Al calo delle nascite si accompagna una fecondità rimasta stabile, pari a 1,32 figli per donna, e un calendario della maternità sempre più spostato in avanti. La fecondità presenta come sempre un profilo diverso tra le regioni. Nel 2018 la Provincia autonoma di Bolzano si conferma l’area più prolifica del Paese con 1,76 figli per donna, nonché l’unica che rispetto al 2010, anno in cui la fecondità nazionale registrava un massimo relativo di 1,46, abbia ulteriormente incrementato. Seguono la Provincia di Trento (1,50), la Lombardia (1,38) e l’Emilia-Romagna (1,37), ovvero tutte regioni del Nord. E, infatti, è proprio nel Nord che si osserva una fecondità maggiore (1,37). All’opposto, le aree del Paese dove la fecondità è più contenuta sono tutte nel Mezzogiorno (1,29), in particolare in Basilicata (1,16), Molise (1,13) e Sardegna (1,06). La situazione non è rosea nemmeno nel Centro che, con 1,25 figli, occupa l’ultimo posto tra le ripartizioni geografiche e, in particolare, nel Lazio (1,23).
In generale, a parità di fecondità totale espressa, tra il 2017 e il 2018 cresce la fecondità nelle età superiori ai 30 anni e diminuisce in quelle inferiori. Nelle età superiori ai 40 anni i tassi di fecondità continuano a salire fino a ottenere, con 90,5 figli per mille donne, il massimo livello dal 1970. In tale segmento di età la fecondità supera, ormai da tempo, quella che si osserva tra le donne con meno di 20 anni e si accinge a eguagliare quella espressa dalle donne di 20-24 anni. Le donne di 30-34 anni, a loro volta, confermano di avere la più alta propensione ad avere figli, primato stabilmente tenuto già dal 1998, in precedenza al quale spettava alle 25-29enni. L’aumento dei tassi di fecondità nelle età più avanzate condiziona, peraltro, l’età media al parto che nel 2018 sale a 32 anni, registrando una crescita di circa due anni nell’arco di un ventennio. Che la fecondità risulti in aumento per un esteso tratto della vita riproduttiva delle donne rappresenta solo apparentemente una risposta al tema del mancato ringiovanimento della popolazione, che nei fatti è parziale. Va sottolineato, infatti, che rimandare la scelta di avere figli a una seconda fase porta a ridurre il tempo biologico a disposizione per procreare e, di fatto, ad averne mediamente meno. Sotto questo punto di vista, guardando a misure omogenee per appartenenza generazionale, se ne ha una rappresentazione ancora più immediata che guardando a misure rilevate in anni di calendario. La generazione 1968, ad esempio, chiude nel 2018 la sua esperienza riproduttiva al compimento del 50° anno con 1,53 figli e un’età media al parto di 30,1 anni. Le donne della generazione 1940, che possono essere considerate le mamme delle nate nel 1968, completavano la propria dimensione familiare media nel 1990 con 2,16 figli e un’età media al parto di 27,8.
Di sicuro aumentando l’età delle partorienti, aumenta il bisogno di cure ed assistenza durante tutto il periodo della gravidanza, a cominciare dall’inizio quando è delicatissimo il momento fra il primo e il secondo mese, soprattutto per gli stress accumulati dalla vita lavorativa, cui di solito si aggiungono intolleranze alimentari, allergie, depressione, preoccupazione per il futuro, sia di tipo economico che lavorativo…
La speranza di vita
riprende a crescere
Nel 2018 si stimano 636mila decessi, 13mila in meno del 2017 (-2,1%). In rapporto al numero di residenti, sono deceduti 10,5 individui ogni mille abitanti, contro i 10,7 del 2017. Il calo della mortalità risulta confermato, peraltro, anche dal tasso standardizzato per ampiezza e struttura per età della popolazione, che scende dall’8,5 per mille all’8,2. Nel quadro di una popolazione che tende a invecchiare e ad aumentare di ampiezza alle età anziane, la logica richiederebbe che il numero di decessi tendesse a crescere, in quanto più individui sono esposti ai rischi di morte, anche nella misura in cui tali rischi dovessero rimanere invariati da un anno all’altro. Quando ciò non si verifica, come nell’ultimo anno, può dipendere dal mutevole andamento delle condizioni climatico-ambientali e dell’alterna virulenza delle epidemie influenzali da una stagione alla successiva. Nell’ultimo decennio, infatti, si sono osservati almeno tre picchi significativi, ossia quello nel 2012 e, soprattutto, nel 2015 e nel 2017. Come si può osservare dall’andamento dei residui questi mettono in luce sia gli eccessi di mortalità registrati in tali anni, sia le diminuzioni intercorse negli anni a ridosso, segnatamente nel biennio 2013-2014 e nel 2016. Nel 2018 il residuo osservato è invece così attenuato da far ritenere che la popolazione, soprattutto quella anziana, possa aver riassorbito l’alterno andamento del quinquennio precedente (2012-2017). Sulla scia dell’altalenante andamento della mortalità anche la speranza di vita ha subito negli ultimi cinque anni un’evoluzione irregolare, pur se tendenzialmente crescente. Nel 2018 le condizioni di sopravvivenza della popolazione migliorano e si registra un nuovo aumento della speranza di vita alla nascita. Per gli uomini la stima è di 80,8 anni (+0,2 rispetto al 2017) mentre per le donne, le più penalizzate nell’ultimo scorcio di periodo, è di 85,2 anni (+0,3). In miglioramento risulta anche la sopravvivenza della popolazione anziana.  Nel 2018, all’età di 65 anni la speranza di vita residua è di 19,3 anni per gli uomini (+0,3 sul 2017) e di 22,4 anni per le donne (+0,2). Le regioni del Paese con le più favorevoli condizioni di sopravvivenza continuano a essere quelle del Nord-est e del Centro. Il primato regionale tra gli uomini compete alla Provincia di Trento (82 anni), seguita da Umbria (81,8), Provincia di Bolzano (81,6), Marche (81,6) e Veneto (81,5 anni). Tra le donne si ha una situazione territoriale molto simile, pur se la graduatoria è in parte invertita rispetto a quella maschile: primeggia, infatti, la Provincia di Bolzano (86 anni) davanti a quella di Trento e alle Marche (85,9), che a loro volta precedono Veneto e Umbria (85,8).
Cresce (solo) il numero
di anziani
Prosegue la crescita, in termini assoluti e relativi, della popolazione di 65 anni e più. Al 1° gennaio 2019, infatti, gli over 65enni sono 13,8 milioni e rappresentano il 22,8% della popolazione totale. L’aumento continuo della popolazione al di sopra di una determinata soglia di età è in linea col quadro di progressivo invecchiamento e si deve principalmente alle riduzioni di mortalità che hanno avuto luogo nei decenni antecedenti. Rispetto al 1° gennaio 2015, cioè nel preciso momento in cui la popolazione totale raggiungeva con 60,8 milioni il massimo dell’epoca recente e da cui, in seguito, si è avviato un declino protrattosi nei quattro anni successivi, la popolazione ultrasessantacinquenne registra un incremento di 560mila unità. La diminuzione della popolazione complessiva nell’arco degli ultimi quattro anni si deve, pertanto, alla progressiva riduzione della popolazione fino a 14 anni di età (-420mila) e di quella in età 15-64 anni (-540mila). I giovani fino a 14 anni sono oggi circa 8 milioni e rappresentano il 13,2% del totale; gli individui in età attiva sono 38,6 milioni e costituiscono il 64%.
Nel quadro di tendenze così contrapposte tra soggetti in condizione attiva o formativa e chi risulta, invece, prevalentemente ritirato dal mondo del lavoro, crescono ulteriormente i rapporti di dipendenza intergenerazionale. L’indice di dipendenza degli anziani, ad esempio, risulta oggi pari al 35,6%, quello di vecchiaia al 173%, cosicché l’età media della popolazione supera abbondantemente i 45 anni. Peraltro, anche la popolazione in età attiva sta divenendo sempre più anziana. La quota di individui in età 15-39 anni scende al 26,8% del totale, quella relativa ai 40-64enni sale al 37,2%. Tale processo, in atto già da diversi anni, avrà termine quando le generazioni nate negli anni del baby-boom, oggi bene all’interno della popolazione in età attiva adulta, avranno completato la transizione verso le età anziane. In linea con i progressi di sopravvivenza conseguiti dalle generazioni nel tempo, la popolazione super anziana ha ormai raggiunto una cifra significativa. In Italia si contano circa 2,2 milioni di individui di età pari o superiore agli 85 anni, il 3,6% del totale. L’Italia, inoltre, detiene il record europeo, insieme alla Francia, del maggior numero di ultracentenari in vita, oltre 14mila in base alle stime. Nell’ultimo quinquennio, in realtà, tale popolazione super longeva ha subito una riduzione da che, al 1° gennaio 2015, aveva conseguito il suo massimo storico con oltre 19mila individui. Ciò è stato dovuto al fatto che, in tale periodo, transitavano tra gli ultracentenari i superstiti delle generazioni del primo conflitto mondiale (1915-18), contraddistinte da un minor numero di nati. È assai verosimile che la riduzione si protrarrà per un altro anno ancora, nel momento in cui subentreranno tra le coorti ultracentenarie i nati nel 1919, ma da quello successivo riprenderà la corsa a nuovi e più cospicui traguardi di longevità.
Inutile sottolineare che se la longevità non è… “attiva”, ossia se non ci manteniamo a lungo in salute, con l’aumento della popolazione anziana crescono le necessità di assistenza e ricoveri, lungo degenza e riabilitazione, reparti dedicati, case di riposo, ecc. ecc. Aumenta soprattutto, il bisogno di avere una serie di strutture, dispositivi, prodotti riservati alle fragilità tipiche dell’anziano, materia (e materiali), come diciamo spesso noi della redazione di Senzaetà, in cui l’Italia è ancora piuttosto indietro.
 
 
 

Pensa per te… ma anche per loro!

Dicono che cani e padroni si somiglino e non di rado capita di incrociare per strada coppie bipede-quadrupede proprio azzeccate. I problemi sorgono quando le pessime abitudini umane ricadono sui pets. Quali sono i vizi dei padroni che nuocciono di più ai nostri piccoli amici?
Quel gatto obeso
I dati sulla diffusione di sovrappeso e obesità non sono allarmanti solo per le persone: pare che in Italia circa il 20% dei cani (soprattutto di piccola e media taglia) e il 21% dei gatti risulti no in sovrappeso.
Certo, a loro poco importa della prova costume, ma la sovralimentazione è una delle principali cause di morte degli animali domestici. La colpa è dei proprietari, poco attenti a cosa mettono nel loro piatto, figuriamoci nelle ciotole di cani e gatti! L’errore numero uno è dar loro da mangiare cibo umano, soprattutto se ricco di grassi, zuccheri o sale. Gli avanzi? Buttateli, a meno che non si tratti di carne, cereali o verdure cotti in modo semplice e sconditi. Fido vi guarda con due occhioni grandi così mentre mangiate il gelato? Micio si struscia languido mentre gustate la frittura di pesce? Pensate che per loro è veleno.
Il moto fa bene
Chi decide di prendere un cane non può permettersi di essere pigro. Hanno bisogno di passeggiare, correre, giocare all’aria aperta. E non solo quando splende il sole! Ma non si pensi che i gattofili siano autorizzati a fondersi con il divano ogni volta che sono a casa; se il micio non ha la possibilità di uscire, deve correre e saltare il più possibile tra le mura domestiche. Per preservare la sua salute (e l’arredamento…) bisognerebbe giocare con lui almeno 15 minuti al giorno, lanciargli una pallina di gomma o un tappo di sughero, trascinare a terra una corda, farlo saltare agitando un bastoncino. Fa bene al gatto, fa bene al padrone, fa bene alla loro amicizia.
Fumo passivo
Ebbene sì: secondo uno studio dell’Università di Glasgow, gli animali da compagnia sono più a rischio degli esseri umani per patologie da fumo passivo.
I cani dei fumatori risultano più esposti ai tumori delle vie respiratorie, oltre a rischiare di ingerire i mozziconi di sigarette. Ma i pets più vulnerabili in questo senso sono i gatti, che possono sviluppare asma, bronchite e neoplasie orali a causa del grooming, l’auto-pulizia del pelo su cui si depositano i residui tossici del fumo.
Ovviamente, la soluzione migliore per tutti sarebbe rinunciare al tabacco, ma, se proprio non ne possono fare a meno, i fumatori dovrebbero evitare di farne uso in casa, in auto o in qualunque ambiente chiuso in cui gli animali trascorrono del tempo.
Correggere i nostri stili di vita, migliorarli, è possibile: bastano un po’ di informazione, più attenzione, un piccolo sforzo ogni tanto…facciamolo per noi, per i nostri familiari, per i nostri amici. Anche quelli a quattro zampe.
 

Giocamondo, la vacanza è opportunità per il futuro

Studiare per crescere e viaggiare per imparare: questi gli obiettivi del progetto Giocamondo, tour operator specializzato nell’organizzazione di viaggi e vacanze per bambini e ragazzi, ma anche per un pubblico senior, con l’offerta di esperienze su misura in Italia e all’estero.
“I soggiorni estivi rappresentano un fattore educativo di grande rilievo – sottolinea Paolo Crepet, che ha firmato il nuovo catalogo Giocamondo per il 2019 – insieme si impara, anche d’estate, ed è fondamentale impiegare il proprio tempo libero in modo costruttivo, divertente e sicuro. E poi il ricordo di una buona vacanza resta per sempre”.
Il gioco riveste un elevato valore sociale, oltre che didattico, a qualunque età e Giocamondo, attivo da 15 anni nel settore, lo sa bene. Nasce proprio dalla sua funzione di interazione il progetto La Mia Estate, dedicato ai più giovani con l’obiettivo di coinvolgerli in un’esperienza emotiva e culturale di crescita personale. Vacanza come opportunità per il futuro dunque, anche a lungo termine. Se la preoccupazione delle preoccupazioni dei genitori per i propri figli è oggi quella legata al mondo del lavoro, preparazione e formazione sono d’obbligo. Fin da ragazzi. Anche e soprattutto dal punto di vista emotivo. È a questa età, infatti, che è più facile costruire relazioni basate su empatia e collaborazione tra pari, in un arricchimento fatto di nuovi luoghi e culture.
C’è, nella mission di Giocamondo, tutta l’importanza, anzi, l’urgenza strategica, di percorsi di crescita individuale e collettiva guidati e ben strutturati, come quelli tematici e multidimensionali organizzati tramite attività e itinerari su misura per ciascuno. Come? Attraverso una gestione di alto livello e un servizio efficiente, profondamente tagliato sulle esigenze di ogni partecipante e sui desideri, talvolta inespressi, delle famiglie.
“Con tutta probabilità – incalza Paolo Crepet - il segreto di una carriera di successo passa anche da un’esperienza interiore: quella che ha a che fare con lo sviluppo della propria personalità ‘fuori casa’, all’interno di situazioni e ambienti inediti e a contatto con le regole essenziali del vivere comune: il rispetto, l’onestà, la fiducia”.
Uno staff di professionisti con anni di esperienza alle spalle, preparati a rispondere a qualsiasi esigenza durante i diversi soggiorni proposti, è il cuore pulsante dell’organizzazione, curata in ogni dettaglio e presente in maniera capillare in tutte le occasioni di confronto con ragazzi e famiglie.
In particolare, all’interno di ogni centro, il direttore di struttura assicura una supervisione generale delle attività, mentre la segreteria è a disposizione per qualsiasi comunicazione. Nelle ore diurne gli assistenti e gli animatori affiancano i ragazzi nelle attività ludico-sportive, in quelle ricreative e nelle molte escursioni previste, dedicate a tutti senza la richiesta di pagamenti extra. In quelle notturne, invece, assistenti qualificati vigilano sulla quiete del riposo di ogni partecipante. Gli assistenti interni supportano infine i ragazzi, specialmente i più piccoli, vigilando sul gruppo con responsabilità durante i pasti e nei momenti di relax nelle camere. Giocamondo si avvale di istruttori specializzati in grado di accompagnare e coadiuvare lo svolgimento degli sport all’interno del centro.
Il personale sanitario è infine a disposizione ventiquattro ore su ventiquattro.
Il rapporto operatore-partecipanti è di uno a sette, a garanzia della massima sicurezza di tutti i ragazzi, seguiti dal primo momento di incontro con la famiglia fino al rientro a casa.
Grande attenzione è dedicata alla formazione costante e continua di ogni operatore: corsi di aggiornamento e specializzazione lungo tutto il corso dell’anno permettono di utilizzare metodi educativi e di intrattenimento sempre all’avanguardia e in linea con le aspettative di ciascuno. L’acquisizione di competenze e conoscenze resta l’obiettivo dei soggiorni siglati Giocamondo, forte di un servizio di qualità e di una programmazione tematica elaborata grazie ai suggerimenti di esperti del settore: insegnanti qualificati di lingua inglese, maestri d’arte, attori appartenenti a note compagnie teatrali e insegnanti di scienze, oltre che allenatori di squadre di calcio giovanili di grandi club, istruttori di vela appartenenti a circoli nautici e alla Federazione Italiana Vela e istruttori accreditati presso il centro della Federazione Italiana Sport Equestri.
“Dal 2004 – si legge sulla home page del sito www.giocamondo.it - abbiamo fatto viaggiare oltre 26.000 utenti in tutta Italia e all’estero. Il 95% dei nostri clienti ci ha scelto e ci continua a scegliere ogni anno con grandissima soddisfazione”.
Con Giocamondo la vacanza si trasforma dunque in momento educativo. Il gioco, la socializzazione e la creatività, con tutta la libertà che il periodo estivo concede, diventano fonte di progressi individuali e di autostima personale in una forma inedita e preziosa di apprendimento, anche fuori dai banchi di scuola.

 

 

Area Insurance Brokers: SICUREZZA IN SANITÀ

Ogni aspetto della vita può essere esposto a pericoli ed imprevisti.  è sempre un salto nel buio scegliere di correre il rischio. Invece oltre che per obbligo, può essere spesso conveniente sottoscrivere un’assicurazione. Sì, ma quale?
“Specialmente nel settore sociosanitario, soprattutto quando si parla di strutture o gestioni di pacchetti di rischio complessi, in questi casi un broker competente può avere la soluzione più idonea e vantaggiosa”, ci spiega il nostro opinion leader in materia, Alberto Zucchi, titolare di AIB.
Cerchiamo di vederci chiaro.
In questo settore l’offerta è talmente ampia e diversificata che, di fronte alla necessità di scegliere la polizza più conveniente in termini di costi-benefici, sia il privato cittadino che il grande imprenditore si vedono catapultati nella “selva oscura” di dantesca memoria. “In una realtà assicurativa così complessa ed eterogenea è fin troppo facile perdersi. AIB conosce la strada”: così recita lo slogan di Area Insurance Brokers, società aostana nata nel 1995 allo scopo di offrire un moderno servizio di brokeraggio assicurativo. L’esperienza e i contatti maturati in decenni di attività dal primo presidente della società, Dario Nosenzo, permettono ad AIB di inserirsi rapidamente nel contesto locale, acquisendo soprattutto clientela istituzionale. Nel giro di poco tempo la società allarga i suoi orizzonti, fino a rivolgere la propria attenzione ad un numero selezionato di clienti nazionali ed internazionali, avvalendosi di consolidati rapporti di collaborazione e di convenzione con tutti i principali assicuratori al mondo.
Sotto la direzione del fondatore e proprietario di A.I.B. Alberto Zucchi, un team affiatato e qualificato mette la propria esperienza professionale al servizio di ogni cliente: privati cittadini, enti istituzionali e grandi società sono guidati dai consulenti AIB nella scelta della copertura assicurativa più adatta alle loro esigenze in modo puntuale e gratuito, poiché AIB percepisce le commissioni direttamente dagli assicuratori.
“Un nostro punto di forza – spiega Zucchi –è tutelare sempre il Cliente da errori professionali: in fondo le attività di brokeraggio servono a questo sottoscrivendo la migliore polizza di RC quasi fosse una misura… sartoriale”.
Ma ciò concerne anche l’ambito sanitario?
“Certamente. Dal 1999 la società svolge l’attività specifica di gestione delle polizze di medical malpractice nel settore pubblico e privato. In questi 20 anni ha pertanto consolidato l’esperienza nel settore, non solo nella fase assuntiva del rischio ma, affiancando i propri clienti nella gestione dei sinistri e tramite l’organizzazione di eventi formativi e convegni”.
Tra i propri clienti Area Insurance Brokers annovera AUSL, cliniche private e medici professionisti che, a seguito dell’approvazione della Legge Gelli Bianco, mai come ora necessitano di un supporto in contatto diretto con i pochi assicuratori disposti a coprire i rischi connessi alle professioni sanitarie.
“Tutto questo – aggiunge Zucchi - avviene in un contesto di rigorosa indipendenza dagli assicuratori, allo scopo di fornire agli Enti pubblici e agli operatori sanitari i corretti indirizzi rispetto ai continui mutamenti delle politiche assuntive delle compagnie, tenendo nel frattempo conto della continua evoluzione giurisprudenziale in questo nuovo contesto normativo, ancora privo di decreti attuativi della legge Gelli, annunciati ma non ancora emanati”.
A.I.B. interviene come consulenza anche per quelle strutture già assicurate da anni?
“è il nostro lavoro: siamo più che consulenti, i migliori “suggeritori” per le strutture e le sedi sociosanitarie italiane che vogliono ottimizzare o rinegoziare le proprie condizioni di rischio assicurativo. Quante cliniche o case di riposo o strutture termali hanno infatti nel tempo variato o ampliato o modificato le proprie situazioni immobiliari, impiantistiche e tecnologiche? Basti pensare a quei professionisti che aprono nuovi poliambulatori o studi medici. Noi siamo pronti ad intervenire per valutare tutte le situazioni: basta contattarci”.

Lugano tra benessere e terza età: ecco Expomedica

Salute e benessere, due motivi validi per vivere meglio e più a lungo. Si presenta così un’edizione completamente ricca ed interessante della fiera dedicata fra l’altro al settore della terza età.
Si tratta di Expomedica, evento ricco di manifestazioni dedicate a prodotti, soluzioni e strutture sanitarie che arricchiscono un mercato in costante evoluzione.
Expomedica in particolare, nata per soddisfare le esigenze di un sistema medico sempre più competitivo e all’avanguardia, è la fiera dell’innovazione sanitaria che si tiene a Lugano dal 13 al 17 Marzo. Presenta servizi, apparecchiature e strategie ad ampio raggio per la creazione di percorsi di cura più efficaci e una migliore gestione del sistema sanitario.
Con l’obiettivo di favorire contatti e collaborazioni tra industrie e operatori specializzati, la kermesse ha ospitato aziende leader del comparto, enti e istituzioni all’interno dei sette padiglioni del Centro Esposizioni, su una superficie di 12.000 metri quadrati, divisa in diversi settori espositivi:
- Hospital, dedicato alle tecnologie e ai
   prodotti per ospedali;
- Horus, focalizzato su prodotti e servizi per la disabilità, l’ortopedia e la
   riabilitazione;
- Diagnostic& Digital Medica, che propone apparecchiature e prodotti per la diagnostica per immagini e l’elettrodiagnostica;
- Terza Età, con soluzioni, apparecchi e servizi per il pubblico senior;
- Social Medica, che comprende strumenti per l’assistenza e per una vita attiva.
Il calendario ricco di convegni e workshop, che ha coinvolto relatori, medici e professionisti di rilievo, ha permesso ad Expomedica di presentarsi come punto di riferimento affidabile per l’informazione e l’aggiornamento nel settore sanitario.
Un appuntamento che ha creato numerose aspettative per le prossime edizioni anche per l’importanza delle aziende e imprese che hanno partecipato nel centro espositivo di Lugano.
In quanto fiera dedicata principalmente all’innovazione sanitaria, ExpoMedica costituisce una manifestazione biennale con le caratteristiche di confronto costruttivo fra servizi, prodotti e soluzioni che le aziende e gli operatori del settore studiano, progettano e innovano ogni giorno, per rendere più efficiente la gestione del sistema sanitario e più efficace il percorso di cura alla persona. Fra gli obiettivi della kermesse, dare la possibilità agli operatori di illustrare tecnologie di ultima generazione, all’avanguardia nel settore sanitario favorendo collaborazioni e contatti tra le oltre 13.000 persone che lavorano nella sanità in Ticino: un’ottima occasione per incontrare esperti e professionisti. Grazie all’apporto della formazione specifica, dei congressi formativi e delle aree dimostrative, ExpoMedica vuol diventare un appuntamento fieristico e congressuale biennale di aggiornamento professionale per il settore medico-sanitario permettendo ai cittadini di conoscere le novità del settore e informarsi su temi centrali per la loro salute.  La commissione scientifica di Expomedica (composta da enti partner e esperti del settore sanitario) ha affiancato con buon risultato l’organizzazione nella creazione di un calendario congressuale attuale e innovativo.
Le aree dimostrative sono state realizzate con lo scopo di ricostruire nella pratica alcune situazioni sanitarie; sia per disabilità e sport paraolimpico che attraverso la presenza di apparecchiature per sale operatorie e pratiche ortopediche avanzate. L’offerta congressuale e i vari workshop sono stati infine diversificati nelle giornate con tematiche adeguate al pubblico.

 

Cnr: nuova strategia contro il West Nile e altri virus emergenti

Sviluppata una nuova famiglia di inibitori dell'enzima cellulare DDX3X, efficace nel bloccare la replicazione del virus West Nile in cellule umane, senza danneggiare le cellule sane. Lo studio condotto dall’Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia e dall’Università di Siena è pubblicato su Journal of Medicinal Chemistry. Possibili applicazioni farmacologiche contro nuovi virus

I gruppi di ricerca coordinati da Giovanni Maga dell’Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pavia (Cnr-Igm) e da Maurizio Botta dell'Università di Siena, hanno messo a punto una nuova famiglia di inibitori dell'enzima cellulare DDX3X efficace nel bloccare la replicazione del virus West Nile in cellule umane, senza danneggiare le cellule sane. La ricerca è stata pubblicata su Journal of Medicinal Chemistry, della American Chemical Society e segue un altro recente lavoro, dello stesso team di ricerca, che ha individuato la prima molecola capace di inibire la replicazione di diversi virus (tra cui Epatite C, HIV, Dengue) agendo sull’enzima DDX3X.

“Il virus di West Nile è trasmesso da zanzare presenti nel nostro paese, ed è responsabile in Italia di numerose infezioni ogni anno, anche con complicanze neurologiche gravi. Inoltre questo virus infetta ogni anno milioni di persone in tutto il mondo. Ad oggi non esistono farmaci per combatterlo”, commenta Maga. “Il nostro approccio è altamente innovativo perché utilizza un enzima cellulare per bloccare la replicazione di un virus. Si tratta di rendere la cellula un ambiente sfavorevole per la moltiplicazione del virus”.

Ad oggi i farmaci antivirali sono diretti contro proteine del virus, che mutando rapidamente possono diventare resistenti. “La nostra strategia, invece, è in grado di superare questo ostacolo. Gli inibitori dell'enzima DDX3X si sono rivelati efficaci nel bloccare la replicazione del virus West Nile in cellule umane, senza danneggiare le cellule sane. Inoltre, virus diversi, tra cui Dengue e Zika, dipendono da DDX3X per la loro replicazione, per cui le nostre molecole potrebbero diventare farmaci ad ampio spettro contro virus emergenti, che oggi non sono ancora disponibili”, conclude Botta. “Queste molecole, dotate di promettenti proprietà farmacocinetiche, aprono la strada per la formulazione di una classe innovativa di farmaci diretti contro il virus West Nile e altri virus emergenti”.

Questo lavoro condotto in collaborazione con Lead Discovery Siena s.r.l e il Prof. Giannecchini dell'Università di Firenze, è stato reso possibile grazie al sostegno economico della Regione Toscana Bando FAS Salute 2014 (DD 4042/2014) e da First Health Pharmaceuticals 

Fonte: Ufficio Stampa Cnr

 

FNOPI: “Con Quota 100 oltre 22mila infermieri in meno da subito e una carenza totale a quota 76mila

 

I cittadini più fragili e poveri rischiano di pagare per l’assistenza sul territorio, magari, a chi spetterà, anche con il nuovo reddito di cittadinanza

Quota 100: il servizio pubblico potrebbe perdere di colpo oltre 22.000 infermieri, mentre almeno 75.000 rientrerebbero nei parametri per accelerare il pensionamento.

Il dato, calcolato in base agli anni di anzianità lavorativa e all’età anagrafica degli infermieri dipendenti del Ssn, è stato elaborato dal Centro studi della Federazione degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) – la più numerosa d’Italia con oltre 450mila iscritti - ed è riferito alla situazione a fine 2018.

“Chi esce dalla professione attiva per ‘Quota 100’ – dichiara Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI – deve essere subito rimpiazzato, al di là dell’economia e della politica. Anche il blocco del turn over va ovviamente superato e le carenze gravissime attuali devono essere coperte, ma è assolutamente impensabile indebolire a questo punto i servizi e farlo per di più a maggior danno proprio del territorio, dove personale e servizi sono più scarsi e gli assistiti sono più fragili perché caratterizzati da forme di cronicità, età il più delle volte avanzata e spesso non autosufficienza.  Il nostro allarme indicava già che seguendo il trend attuale di turn over e di fabbisogno di professionisti, si sarebbe raggiunta nel 2021 una carenza di quasi 64mila unità, oggi di 51-53mila infermieri.  Ma ora la situazione è in picchiata e i quasi 75mila infermieri che verrebbero a mancare – 22mila da subito - rappresentano un pericolo reale e immediato per assistenza, servizi e soprattutto pazienti: il sistema non funziona senza infermieri e con 76mila in meno è al collasso annunciato”.

“Il rapporto numerico infermieri pazienti era già ai limiti del rischio prima di ‘quota 100’ – spiega Tonino Aceti, portavoce FNOPI – ma ora con questa ulteriore emorragia di professionisti la situazione si aggrava. Se studi internazionali, Oms e Ocse hanno spiegato ampiamente che riducendo il numero di pazienti assistiti da un infermiere (il numero ideale per abbattere la mortalità del 20% sarebbe 1:6) l’assistenza migliora la sua qualità e si riduce il rischio, ora con la fuoriuscita di oltre 20mila infermieri i numeri salgono. In alcune Regioni, quelle più colpite dai piani di rientro e quindi dal blocco del turn over, il rapporto sale alle stelle: in Campania ad esempio, se con la carenza di oltre 50mila infermieri il rapporto era già 1:17, ora si rischia di sfiorare l’1:19-20. Inoltre, più del 36% delle nuove fuoriuscite dal sistema avverranno nelle Regioni in piano di rientro, già gravemente colpite dal blocco del turn over e il 61% delle nuove carenze è nelle Regioni che dal nuovo sistema di monitoraggio del Livelli essenziali di assistenza risultano inadempienti. Il combinato disposto tra l’attuazione di ‘Quota 100’, il mancato superamento del tetto di spesa per il personale sanitario e il blocco del turnover, rischia di essere la formula perfetta per “mandare in pensione” anche il Servizio sanitario pubblico. Se non si adotteranno immediate e profonde contromisure a collassare sempre di più saranno i Livelli essenziali di assistenza già in forte difficoltà e si rafforzeranno le disuguaglianze. Aumenteranno le liste di attesa e le difficoltà di accesso alle cure da parte della popolazione soprattutto delle Regioni in Piano di rientro, aumenterà la conseguente necessità di ricorrere al privato magari utilizzando le risorse derivanti dal reddito di cittadinanza, per chi lo prenderà. Ora servono senso di responsabilità e azioni concrete per far fronte all’emorragia di personale che si realizzerà nel nostro Ssn”.

‘Quota 100’ da fine 2018 è stata teoricamente raggiunta da  75.000 infermieri, il 28% di quelli dipendenti dal Ssn (ma nei prossimi anni senza sblocchi del turn over la cifra è destinata drasticamente a salire ben oltre le 100mila unità e in un triennio si potrebbe superare quota 130mila), sia perché la professione infermieristica inizia presto (la laurea abilitante è quella triennale) e quindi si cumulano più anni di servizio, sia perché i blocchi del turn over ormai decennali hanno innalzato l’età della categoria che tra i dipendenti raggiunge una media di 53 anni, con punte fino a 55,9 in Campania, dove il blocco del turn over è più duro per ragioni economiche, e situazioni più leggere in Trentino Alto Adige con la media di età Ssn di 49,4 anni (le Regioni a statuto speciale non sono sottoposte ai vincoli del blocco del turn over).

Ovviamente non tutti opteranno per “Quota 100”: si può considerare che data la lunga permanenza in servizio e gli stipendi mediamente non alti (nel Ssn sono in media di 31-32mila euro/anno), circa il 30% medio di chi possiede i requisiti scelga questa possibilità. Si tratta quindi di 22.360 infermieri che potrebbero a breve – da subito: in un solo anno - abbandonare il servizio con un danno fortissimo per l’assistenza, aggiungendosi ai circa 11.500 che hanno raggiunto il limite di età per la pensione.

Oltre a sommarsi alla carenza ormai appurata di professionisti infermieri calcolata tra 51-53mila unità, portando il totale a circa 75 mila unità (senza contare i pensionandi naturali che sarebbero comunque stati presenti), gli infermieri maggiormente interessati da “Quota 100” sono evidentemente quelli con età lavorative maggiori e, quindi, con maggiore esperienza e sono ancora quelli che le aziende inviano di preferenza sul territorio per mantenere ad alti livelli il rapporto diretto umano e clinico con il paziente, per un’assistenza domiciliare già scarsa di per se, ma che ora rischia una crisi irreversibile.

 

Fonte: Ufficio Stampa FNOPI

 

Snami: camici bianchi e camici grigi insieme

Lo Snami riprende il discorso della formazione in Medicina Generale, del precariato e di chi già svolge la professione senza essere formato. "Urge una proposta condivisa- dice Angelo Testa, presidente nazionale dello Snami -che vada sia verso chi ha sorretto per anni il Sistema Sanitario Nazionale sia nei confronti di chi ha superato con merito il concorso per accedere alla formazione in Medicina Generale>.<Non bisogna allargare ulteriormente il divario tra camici bianchi e grigi- continua Simona Autunnali, vicesegretario nazionale dello Snami, e bisogna trovare necessariamente una soluzione che accontenti tutti nel rispetto delle REGOLE e del MERITO>.<Le proposte da porre in essere per risolvere l’imbuto formativo- concludono i Colleghi dei “Camici Grigi” Daniele Postorino e Luisa Paruzzo e i “corsisti” Federico Di Renzo e Gaetano Squasi -devono essere concrete con indicazione alla virgola di paletti, tempi e risorse certe. Sono chiare le responsabilità di chi non ha saputo programmare “le borse” e ha accettato “borse da fame” sacrificando i giovani a contributi pensionistici ridicoli e al precariato perenne. Oggi per contrastare seriamente l’imbuto formativo anche in previsione dei prossimi pensionamenti occorre una riforma vera per evitare che viceversa proposte vuote lascino volutamente diecimila camici grigi nel limbo, ovvero lato o margine dell’incertezza della sorte>.

Fonte: Ufficio Stampa SNAMI