Jan 17, 2019 Last Updated 2:28 PM, Jan 17, 2019

SSN compie 40 anni. AIFI: grande conquista, ora nuove sfide

"Fisioterapisti a disposizione per studiare migliori risposte possibili"

"Il Ssn e' una delle grandi conquiste del nostro Paese, che ha permesso di raggiungere importanti traguardi nel diritto alla salute. L'universalismo e' un fondamento che va salvaguardato e protetto da ogni possibile deriva. Il Servizio sanitario nazionale compie 40 anni e ci auguriamo che possa adattarsi adeguatamente alle nuove sfide che si presentano ad un orizzonte ormai presente". Cosi' il presidente dell'AIFI, Mauro Tavarnelli, in occasione dei 40 anni del Ssn, che il ministero della Salute festeggia oggi, a Roma, alla presenza del presidente della Repubblica, e dove AIFI e' presente con la dottoressa Daniela Gaburri, responsabile Delega Formazione Avanzata AIFI Nazionale.
"L'aumento dell'eta' media, l'aumento della sopravvivenza, l'aumento delle comorbilita' associate- prosegue Tavarnelli- rappresentano una sfida per cui e' fondamentale tracciare e attuare nuovi modelli organizzativi in cui la figura del fisioterapista puo' contribuire considerevolmente ad aumentare o preservare la sostenibilita' del Ssn".
AIFI in questi anni ha proposto la diffusione di modelli appropriati, sicuri, efficaci ed efficienti gia' attivi in diverse aziende italiane. "Tra tutti- prosegue la nota- un ruolo cruciale potra' essere svolto dalla 'fisioterapia di iniziativa', parte integrante dei piu' generali modelli di medicina di iniziativa, attraverso i quali si punta a rispondere al meglio alle persone con condizioni persistenti e/o degenerative". "La speranza- conclude il presidente AIFI- e' che il Ssn possa, nel prossimo decennio, mantenere l'alto livello fin qui garantito, migliorarlo e dare sempre piu' una risposta personalizzata ai bisogni di salute dei cittadini. Per questo noi fisioterapisti continuiamo ad essere a disposizione, a fianco dei cittadini e dei programmatori, per studiare e attuare le migliori risposte possibili".

Fonte: Ufficio Stampa AIFI

Villa Margherita, oltre la geriatria

 

Parla l’AD di Kos Care Enrico Brizioli (nella foto), offrendoci l’occasione di conoscere la più recente struttura entrata a far parte del Gruppo: Villa Margherita

“Villa Margherita è un’acquisizione recente da parte del Gruppo Kos, uno dei maggiori in Italia sull’assistenza sanitaria”.
A parlare è l’amministratore delegato di Kos Care, Enrico Brizioli che incontriamo nella sede di Porto Potenza Picena, nelle Marche. L’operazione ha portato tale complesso, davvero notevole come struttura architettonica di grande impatto e bellezza, a far parte integrante di Kos nell’ambito del suo programma di sviluppo che prosegue in modo costante.

Villa Margherita è una struttura riabilitativa multispecialistica (neurologica, cardiologica, psichiatrica) che rappresenta una vera eccellenza nella cura innovativa del Parkinson, anche in virtù della collaborazione con la Fresco Foundation che supporta un progetto internazionale, coordinato dalla New York University e del quale il dr. Daniele Volpe, primario del reparto di Riabilitazione Neurologica di Villa Margherita è Direttore Scientifico e amministratore.

“La sfida di un approccio terapeutico “globale” per il Parkinson rappresenta la nuova frontiera su cui il Santo Stefano intende impegnare crescenti energie, integrando, come Hub di una rete nazionale, l’intera struttura di Villa Margherita.

Il Centro di Villa Margherita ad Arcugnano è un polo di riferimento italiano per la cura del Parkinson, punta di diamante per tutto il gruppo Kos che inserisce quest’ultimo e più recente investimento per l’assistenza sanitaria, nell’ambito della più ampia rete di strutture fatta da centri e ambulatori specializzati in diversi rami assistenziali diversificati per ogni patologia, e non solo per la terza età”. “Finalmente – ha detto Brizioli – a Villa Margherita grazie ad un’equipe di medici altamente specializzati, siamo in grado di curare un paziente non solamente a livello geriatrico. Al di là delle esigenze neurologiche, delle carenze di dopamina o della necessità di cure personalizzate, infatti, qui siamo in grado di assistere il paziente a 360 gradi, anche dal punto di vista dell’attività fisica e motoria, dell’alimentazione, di un’attenzione alla persona che va ben al di là della semplice terapia di base”.

 

Parkinson, ecco le nuove frontiere terapeutiche

Neuromodulazione, innovativi device per la neuroriabilitazione e strategie fisioterapiche della danza e del ritmo musicale.

Nuove vie diagnostico-terapeutiche e di gestione del paziente parkinsoniano. Dalla farmacologia alla neuromodulazione, dagli innovativi device per la neuroriabilitazione alle strategie fisioterapiche della danza e del ritmo musicale. Se ne è parlato al primo congresso nazionale a Torino dell’Accademia Limpe-Dismov per lo Studio della Malattia di Parkinson e dei Disordini del Movimento.

Se a fronte del costante aumento del numero di malati di tali patologie neurodegenerative, tutti sono d’accordo nell’affermare che ad oggi, non è disponibile una cura definitiva. Ma la ricerca scientifica in campo neurologico sta facendo registrare enormi progressi grazie ai quali è possibile restituire ai pazienti quell’autonomia sociale che garantisce loro una buona qualità di vita. Vediamo come, a partire dalle numerose statistiche. Sono quasi 20.000 le persone colpite da parkinsonismi atipici, disordini del movimento solo in parte simili alla Malattia di Parkinson, patologia che in Italia affligge oltre 240.000 persone, non solo anziani. Un paziente su 4, infatti, ha meno di 50 anni e 1 su 10 meno di 40; nei giovani la malattia ha decorso più veloce e aggressività maggiore. Tra i più comuni disordini del movimento troviamo il Tremore Essenziale, molto più frequente del Parkinson, con cui è confuso nel 30-50% dei casi, caratterizzato unicamente dalla presenza di tremore con caratteristiche diverse dal tremore della Malattia di Parkinson. Su questo versante troviamo inoltre le Distonie, movimenti involontari che possono colpire parti diverse del corpo e che determinano un elevato grado di invalidità.

LE NOVITA'

Occorre precisare prima di tutto che i malati di Parkinson non sono sempre uguali e non presentano tutti le stesse caratteristiche e sintomatologie. Molti medici specialistici, anzi la maggior parte, sono concordi nel dire che alcune delle nuove opzioni terapeutiche che presentiamo qui possono essere indicate e quindi ottenere effetti positivi in qualche paziente predisposto, in altri no. Per esempio alcune terapie sono benefiche per il tremore, altre non sono efficaci se il malato stesso non ha il tremore come principale sintomo del morbo. Ecco perché occorre prima ascoltare il a del neurologo che più ha avuto modo di conoscere ed approfondire la cartella clinica del paziente e seguirla negli anni.

Si è appena affacciato alla commercializzazione europea un nuovo principio attivo che sembrerebbe poter risolvere il problema, lasciato irrisolto per decenni, delle complicanze motorie dovute all’uso prolungato e a dosi sempre maggiori del farmaco di riferimento, la levodopa. La novità terapeutica di questo nuovo principio attivo che si chiama Safinamide, consiste nell’agire contemporaneamente sul circuito dopaminergico classico (recettori della dopamina) e, per la prima volta, sul circuito glutammatergico (recettori del glutammato). Tale doppia azione permette di controllare sintomi e complicanze motorie a breve termine, mantenendo peraltro i benefici a lungo termine.

 

E a livello chirurgico che si può fare? La stimolazione Dbs ‘precoce’

Negli anni ’80 la Deep Brain Stimulation (Dbs) aveva rivoluzionato il trattamento terapeutico della Malattia di Parkinson nei pazienti farmacoresistenti, tramite l’impianto intracranico di un elettrodo che fornisce micro-impulsi elettrici; è stato poi visto, però, che i benefici vanno via via scemando per un processo di assuefazione. Recentemente, i ricercatori dell’Università di Torino hanno però osservato che una stimolazione precoce mantiene fino a 8 anni il miglioramento delle attività quotidiane, prolungando di conseguenza l’autonomia sociale e professionale del paziente. Non tutti i pazienti, però, possono effettivamente trarre beneficio da questo tipo di stimolazione; per questo motivo è in fase di affinamento un algoritmo, presentato in occasione del Congresso, che possa supportare il medico nella corretta selezione dei pazienti ‘adatti’. Esiste poi un’evoluzione più invasiva della cTBS: la ScTBS, ovvero la Stimolazione Theta-Burst Continua Subdurale, che si avvale di elettrodi impiantati a livello subdurale e connessi a un generatore. Con la ScTBS si ottiene una riduzione del tremore sebbene non siano stati registrati altri benefici sul quadro sintomatologico generale.

cTBS e distonia

Scoperta l’efficacia di una nuova tecnica, la Stimolazione Theta-Burst continua (cTBS), per il trattamento della distonia cervicale; una tecnica che sarebbe comparabile per risultati alla DBS, con il vantaggio di essere meno invasiva rispetto a quest’ultima, in quanto non richiede alcun posizionamento neurochirurgico trattandosi di una sorta di stimolazione magnetica transcranica. Questo tipo di neuromodulazione non agisce però nel caso di distonia focale della mano, che comprende disturbi quali il crampo dello scrivano o del pianista. La cTBS, comunque, aprirebbe prospettive del tutto nuove nell’applicazione al cervelletto, struttura responsabile della coordinazione motoria, dell’equilibrio e dell’apprendimento motorio.

Farmaci per stimolazione continua... in gel

Fondamentale nella Malattia di Parkinson è il mantenimento di un costante livello di farmaco, dapprima praticato attraverso l’infusione intraduodenale. Recentemente è stato invece impiegato il meno invasivo Lcig (levodopa carbidopa intestinal gel), un gel intestinale efficace sia sulle funzioni motorie sia sul sonno di pazienti in fase avanzata di malattia. Un’efficacia comparabile a quella della Deep Brain Stimulation del nucleo subtalamico.

Equistasi®, fra device e nanotecnologie

Abbiamo molto spesso parlato di Equistasi su queste colonne. La nanotecnologia in supporto dei pazienti affetti da Malattia di Parkinson, che subiscono un’alterazione della percezione corporea, con conseguenti disturbi di postura, equilibrio e aumentato rischio di cadute. Senza controindicazione il device/cerotto si applica e può far tornare a camminare.

Esercizio, danza e musica per la riabilitazione

Le strategie fisioterapiche basate sull’esercizio e su informazioni visive o sonore possono migliorare il modo di camminare e rappresentano, in generale, un’importante misura riabilitativa; dal tapis-roulant al tango, dalla camminata nordica con i bastoni (nordic walking) al tai chi, fino alla recente scoperta del “giusto ritmo” per il Parkinson. I ricercatori dell’Università di Ferrara hanno messo a punto la prima compilation che agisce portando ai pazienti un beneficio dell’umore del 36% e un calo del 47% degli altri disturbi associati. Si chiama Amapm (Adapted Motor Activity with Pleasasnt Music) ed è composta di melodie armoniche e ritmiche proposte in una determinata sequenza, brani scelti dai pazienti stessi in base al benessere psichico che infondevano loro.

 

 

L’Europa si mobilita a sostegno degli anziani, Forum europeo il 13 Decembre 2018 a Madrid

Le Marche in prima fila per la presentazione del modello strategico messo a punto per affrontare la fragilità della terza età.

La Regione Marche partecipa il 13 dicembre prossimo a Madrid al Forum dei portatori di interesse della Joint Action (JA) Europea ADVANTAGE.

ADVANGE è il progetto europeo che unisce e mette in sinergia 22 Paesi dei 28 facenti parte della UE, che nella capitale spagnola, presso il Ministero della salute, presenta l'“Approccio alla Prevenzione della Fragilità (FPA)”, ovvero il modello strategico messo a punto per affrontare la fragilità dell’anziano, condiviso con i rappresentanti dei sistemi salute e delle parti interessate degli Stati membri.

La Spagna, coordinatore del progetto, attraverso il Servizio Sanitario di Madrid e l'Ospedale Getafe', con il sostegno del Ministero della Salute, delle organizzazioni dei consumatori e del benessere sociale, organizza l’iniziativa che riunisce operatori e istituzioni da tutto il continente. Obiettivo del Forum è affrontare le problematiche connesse all’invecchiamento demografico, una delle sfide più impegnative che l'Europa si trova attualmente ad affrontare. La popolazione anziana è infatti maggiormente esposta al rischio di diventare fragile e di sviluppare disabilità, con un impatto sul benessere e sulla sostenibilità dei sistemi sanitari.

La Regione Marche è partner dell’iniziativa con un pool di enti quali agenzie sanitarie, istituti di ricerca dedicati all’anziano e allo studio della prevenzione e del miglioramento dei sistemi sanitari, come l’AGENAS, l’INRCA, l’ISS Istituto Superiore Sanità e l’UCSC Università Cattolica del sacro Cuore, che sono impegnati sul fronte della prevenzione della fragilità degli anziani e per promuovere un invecchiamento in autonomia e serenità. La Regione Marche è responsabile delle attività di disseminazione dei risultati e contribuisce al modello di sostegno all’Invecchiamento Sano e Attivo, che consente alla popolazione anziana di migliorare la propria qualità della vita e prevenire l’insorgere della fragilità.

Il tema della fragilità nella terza età è dunque particolarmente rilevante dato che si prevede che in Europa il numero di persone di età superiore ai 65 anni passerà dal 18% al 28% entro il 2060, quando il 12% della popolazione avrà più di 80 anni.

Ciò significa un aumento della disabilità e della dipendenza legate all'età con conseguenze sul benessere dell'individuo, condizioni che richiedono con urgenza cambiamenti sostenibili dei sistemi socio-sanitari.

L’evento è un'opportunità per i partner della JA ADVANTAGE, per i rappresentanti dei Ministeri Salute e per le parti interessate, per confrontarsi sulle strategie da adottare a favore della prevenzione della salute e per la gestione delle problematiche della terza età.

Il forum sarà anche una buona occasione per diffondere la campagna informativa "Affrontiamo la fragilità", che mira a sensibilizzare l'opinione pubblica, manager della salute professionisti, pazienti, e ricercatori, sull’importanza di assumere un atteggiamento proattivo rispetto alle fasce più deboli della società.

Il progetto avviato nel 2015 vede il coinvolgimento dell2 regioni Campania, Liguria, Piemonte ed Emilia Romagna e la sinergia di 33 istituzioni impegnate nell’approccio comune alla tutela della salute e offrire un invecchiamento sano e attivo. Per ulteriori informazioni sul forum ADVANTAGE JA di Madrid, visitare il sito www.advantageja.eu.

 

Fonte: Ufficio Stampa Regione Marche

 

“La preservazione della fertilità nelle pazienti oncologiche”: a Milano l’evento dell’Istituto Valenciano di Infertilità (IVI)

Ogni anno, in Italia, circa 5.000 donne under 40 sono colpite da tumoree si stima che il tasso di sopravvivenza a cinque anni sia intorno al 65% superando l’85% per alcune neoplasie come i linfomi e il cancro alla mammella, traguardi impensabili in passato.

La preservazione della fertilità, attraverso la crioconservazione degli ovociti e del tessuto ovarico, diventa, quindi, un momento fondamentale del processo terapeutico dopo una diagnosi di tumore, soprattutto in un Paese come il nostro dove è sempre più avanzata l’età media delle donne che cercano il primo figlio.

Se ne è discusso ieri a Milano nel corso dell’evento organizzato da IVI - Istituto Valenciano di Infertilità - che ha visto anche la partecipazione di Giulia Scaravelli dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Associazione Italiana Malati di Cancro (AIMaC), per ribadire l’importanza di diffondere la cultura della preservazione della fertilità nelle pazienti oncologiche.

Secondo un censimento realizzato nell’ultimo decennio dal Registro Nazionale di PMA dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia sono 3.519 le pazienti oncologiche che hanno voluto preservare la propria fertilità, delle quali 2.148 attraverso la crioconservazione degli ovociti (per un totale di 17.181 ovociti) e 1.371, invece, attraverso la crioconservazione di tessuto ovarico.

“La ricerca scientifica nella preservazione della fertilità ha raggiunto risultati incredibili, che fanno ben sperare per il futuro -  ha affermato Antonio Pellicer, Presidente IVI e Professore Ordinario di Ostetricia e Ginecologia presso l’Università di Valencia - Il gruppo IVI  è stato il primo a dimostrare che l’uso di ovociti vitrificati, rispetto all’uso di quelli in fresco, non modifica le percentuali di successo nei protocolli di riproduzione assistita; le percentuali di fecondazione, di qualità embrionaria, di impianto e di gravidanza tra ovuli in fresco e vitrificati sono, infatti, sovrapponibili. Grazie al nostro programma gratuito, dal 2007 al 2017, nelle nostre cliniche più di 1.200 pazienti oncologiche hanno preservato la propria fertilità senza dover sostenere alcun costo. Un dato, questo, che testimonia la volontà di supportare le donne, affinché possano guardare al domani con maggiore fiducia”.

Oggi più che mai diventa fondamentale diffondere la cultura della preservazione della fertilità e della prevenzione dell’infertilità nei pazienti e nelle pazienti oncologiche o a rischio di infertilità iatrogena. Da oltre dieci anni, infatti, l’Istituto Superiore di Sanità, attraverso il Registro Nazionale della Procreazione Medicalmente Assistita, ha avviato iniziative di formazione in tutta Italia per promuovere una corretta informazione sui potenziali rischi delle terapie antitumorali sul sistema riproduttivo.

“Il Registro – ha affermato Giulia Scaravelli, Responsabile del Registro di Procreazione Medicalmente Assistita dell’ISS - favorisce la conoscenza sulle diverse tecniche di preservazione della fertilità e, allo stesso tempo, incoraggia la creazione di “reti”, veri e propri network di professionisti oncologi, medici della riproduzione, ematologi, radiologi, pediatri, psicologi, infermieri, ostetriche, medici di medicina generale, associazioni di pazienti, e tutti i diversi caregiver che devono prendersi cura dei pazienti oncologici, garantendo loro la migliore possibile qualità di vita, una volta superata la malattia”.

L’ISS si impegna, dunque, nella formazione e nella raccolta di dati su tutte le tecniche a disposizione e collabora con numerose associazioni di pazienti. Tra queste l’Associazione Italiana Malati di Cancro (AIMaC), che da anni porta all’attenzione della stampa la tutela della fertilità, diritto troppo spesso negato alle donne e agli uomini che si ammalano di tumore.

“Da sempre – ha dichiarato l’Avvocato Elisabetta Iannelli, Vice Presidente AIMaC – il volontariato oncologico sostiene con forza il diritto alla maternità e alla paternità poiché anche solo la speranza di poter diventare genitori, nonostante una diagnosi di cancro, costituisce speranza di vita. È fondamentale affrontare il tema della preservazione della fertilità immediatamente dopo la diagnosi di tumore e prima di iniziare le terapie”.

Nelle donne la neoplasia più frequente è quella della mammella, seguita da quella della tiroide, dal melanoma, dal tumore della cervice uterina e dal carcinoma del colon retto.

“Di fronte ai dati presentati oggi - ha spiegato Giacomo Corrado, oncologo ginecologo della Fondazione Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” – IRCCS – di Roma - appare chiaro come l’oncologo debba farsi carico non solo della sopravvivenza della paziente ma anche della sua qualità di vita, con uno sguardo attento al suo futuro e, per quelle più giovani, alla possibilità di avere figli. Inoltre, i dati scientifici dimostrano che gran parte dei farmaci utilizzati per i trattamenti chemioterapici in pazienti gravide al secondo e terzo trimestre è sicuro sia sul feto in via di sviluppo che sul bambino nel suo sviluppo tardivo”.

Con la vitrificazione degli ovociti è possibile crioconservare gli ovuli maturi ottenuti dalla stimolazione ovarica per usarli successivamente, quando la paziente deciderà, con le stesse possibilità di successo presenti al momento della vitrificazione. Vista l’assenza di formazione di cristalli di ghiaccio che questa tecnica permette, i tassi di sopravvivenza degli ovociti sono elevati e permettono quindi di posticipare la maternità con ragionevoli garanzie.

Grazie alla crioconservazione del tessuto ovarico è invece possibile ripristinare la funzione ovarica, consentendo di ottenere parti spontanei, riportando, inoltre, i livelli ormonali a valori normali ed evitando gli effetti secondari tipici della menopausa precoce. Questo tipo di procedura è sicura in tutti i tipi di tumore tranne che per le leucemie, dove è presente un rischio elevato di trasferimento di cellule maligne a partire dalla corteccia ovarica preventivamente criopreservata.

La crioconservazione del tessuto ovarico è una tecnica in via sperimentale rivolta alle pazienti con funzione ovarica a rischio: pazienti con diagnosi di cancro che saranno sottoposte a chemioterapia o radioterapia, colpite da malattie autoimmuni per le quali ci sarà bisogno di chemioterapia, in caso di trapianto del midollo osseo. E’ inoltre rivolta alle donne che corrono il rischio di subire ripetuti interventi chirurgici dell’ovaio, come ad esempio le pazienti affette da endometriosi.

 

Fonte: GAS Communication

 

Studio italiano sul glioblastoma pubblicato sulla più prestigiosa rivista di oncologia

ZAGONEL E LOMBARDI: UNO STUDIO DELLO IOV-IRCCS PUBBLICATO SU LANCET ONCOLOGY DIMOSTRA IMPORTANTI BENEFICI IN SOPRAVVIVENZA, DOPO 15 ANNI DI RISULTATI NEGATIVI NELLA LOTTA AD UNA NEOPLASIA RARA E AGGRESSIVA

La più importante rivista oncologica mondiale, il Lancet Oncology (testata di settore con il più alto indice di impact factor) ha pubblicato sul suo ultimo numero i risultati dello studio REGOMA, un trial ideato e coordinato dall'Istituto Oncologico Veneto-IRCCS per il trattamento dei pazienti con glioblastoma, il tumore cerebrale più aggressivo.

L'articolo (“Regorafenib compared with lomustine in patients with relapsed glioblastoma (REGOMA): a multicentre, open-label, randomised, controlled, phase 2 trial”) vede la firma di Giuseppe Lombardi (Oncologia Medica 1, IOV-IRCCS) come primo autore, quella di Vittorina Zagonel (Direttore Oncologia Medica 1, IOV-IRCCS) come ultimo autore e quella di altri specialisti dello IOV-IRCCS (tra cui quelle di Stefano Indraccolo e Gianluca De Salvo), insieme a quelle di oncologi e neurologi dei principali centri italiani che curano pazienti con tumori cerebrali. Si tratta di uno studio tutto italiano pensato, scritto e coordinato dallo IOV, un trial che dopo 15 anni di risultati internazionali negativi nei confronti di questa neoplasia, dimostra un beneficio in sopravvivenza per i pazienti con recidiva di glioblastoma trattati con Regorafenib.

Ma cosa è lo studio Regoma? "Si tratta di uno studio multicentrico randomizzato italiano di Fase 2”, è la sottolineatura di Giuseppe Lombardi, “nel quale abbiamo trattato con Regorafenib 119 pazienti recidivati dopo radioterapia e temozolomide, 33 dei quali sono stati arruolati allo IOV. Lo studio ha dimostrato che i pazienti che ricevono questo nuovo trattamento vivono di più rispetto ai pazienti che ricevono il trattamento tradizionale con lomustina”. 

Il glioblastoma è un tumore raro con incidenza di 6 casi ogni 100mila pazienti, anche se le statistiche americane lo stanno indicando in sensibile aumento per cause legate alle radiazioni ionizzanti ed alle mutazioni ambientali; da segnalare, inoltre, che è allo studio una possibile correlazione tra questa neoplasia e la prolungata esposizione ai cambi elettromagnetici. Lo studio coordinato dallo IOV-IRCCS, condotto nel periodo 2016-2017, ha coinvolto 10 centri specialistici italiani e si è basato sul trattamento a base di Regorafenib, un farmaco somministrato per via orale che agisce come inibitore selettivo delle cellule tumorali ottenendo percentuali elevate di risposta al trattamento (circa il 40%), una sopravvivenza libera da progressione a sei mesi doppia rispetto alla terapia standard, ed una buona tollerabilità.

Cosa attendersi dal futuro di questo studio e di questo nuovo trattamento? "A breve pubblicheremo anche i risultati che abbiamo ottenuto con l'analisi di alcuni biomarcatori valutati nel tessuto tumorale, la cui espressione si è dimostrata correlare con l'efficacia del regorafenib”, conclude Giuseppe Lombardi. “Sono inoltre in corso le analisi sulla valutazione della qualità della vita dei pazienti entrati nello studio. Inoltre, alla luce di risultati così positivi ottenuti, l'Agenzia europea del farmaco (EMA) valuterà come procedere per rendere disponibile il farmaco a tutti i pazienti affetti da glioblastoma recidivato. Siamo comunque orientati a proporre un nuovo studio per confermare i risultati ottenuti in un gruppo più numeroso di pazienti".

"Lo studio Regoma pubblicato su Lancet Oncology, i cui risultati avevano già trovato spazio in prestigiosi congressi sia in Europa (ESMO), che negli USA (ASCO)”, è il commento finale della coordinatrice del trial, Vittorina Zagonel, “sancisce il riconoscimento del ruolo internazionale dello IOV-IRCCS e delle sue indiscutibili capacità scientifiche, cliniche ed organizzative di coordinamento di studi clinici multicentrici. In particolare in questo caso si è creata e avviata una nuova rete italiana dei centri di neuro-oncologia, risorsa di indubbio valore e significato per futuri studi e di speranza per i pazienti con glioblastoma. Colgo l'occasione per ringraziare tutti coloro che in questi anni hanno contribuito in vari modi allo studio, in particolare l'associazione Luca Ometto e la Fondazione Giovanni Celeghin che ci supportano quotidianamente nella ricerca di nuove conoscenze e terapie per i pazienti con glioblastoma".

 

Fonte: Ufficio Stampa IOV-IRCCS

Pit Salute 2018: infermieri vittime dei tagli nel rapporto (umano) con gli assistiti

I risultati del Rapporto Pit salute 2018 confermano: ormai gli organici sono ridotti all’osso e chi ne fa le spese, nonostante la buona volontà dei professionisti e l’alto livello clinico dei loro interventi, sono i pazienti che rischiano di non avere nulla dell’umanizzazione prevista dall’ultimo Patto per la salute.

I dati del Pit salute parlano chiaro: crescono i disagi per la scarsa assistenza medico/infermieristica, dal 25,7% al 28,9%, e, collegate a questi, le lunghe liste d’attesa (dal 20,2% al 24,6%: senza personale si deve solo attendere di più). Le strutture in cui è maggiore il disagio sono sempre le RSA (86,5%, in calo rispetto al 89,9% del 2016), mentre le Lungodegenze crescono dal 10,1% al 13,5 per cento.

Anche nei ricoveri la scarsa assistenza medica e infermieristica (dal 17,9% al 16,7%) è la problematica più segnalata, assieme al rifiuto del ricovero dovuto a motivi di tagli ai servizi (dato che raddoppia dal 6% del 2016 al 12,8% del 2017).

E che sia l’organizzazione del sistema a non funzionare, lo dimostra un altro dato rilevato dal Pit Salute 2018: pesa, nelle segnalazioni dei cittadini, soprattutto la carenza di umanizzazione a carico delle figure che più sono immerse nella presa in carico e nelle procedure relazionali con i pazienti e le famiglie.  Prima di tutto i medici ospedalieri (50,7%, in aumento rispetto al 45,1% del 2016), gli infermieri ospedalieri (26,2%), i medici di base (15,1%) e quelli impegnati in Asl (5,5%).

Segno anche che l’ospedale resta il nodo del sistema dei problemi di organizzazione, rispetto a un territorio pressoché inesistente.

Sono i cittadini a dirlo segnalando al Pit Salute la progressiva riduzione del personale presente nelle strutture e i disagi che ne conseguono proprio in termini della qualità di assistenza erogata, sempre più spesso si verificano le situazioni in cui i pazienti non possono disporre di assistenza appropriata, perché vi sono pochi infermieri o medici in reparto.

Quindi, come spiega lo stesso Pit Salute, da un lato, si verifica un aumento del rischio di non appropriata presa in carico per il paziente, dall’altro, inevitabilmente aumenta anche il peso su infermieri e medici che si trovano la responsabilità di gestire molti pazienti con poco personale a disposizione per cui un aumento del carico di lavoro, maggiore stress, maggiore possibilità di incomprensioni tra pazienti, familiari e operatori sanitari.

Paradossalmente i servizi a domicilio, invece di aumentare negli anni, diminuiscono e Cittadinanzattiva fa notare la differenza: quelli ospedalieri erano il 65,5% nel 2016 e aumentano all’85,7% nel 2017, mentre quelli domiciliari erano il 27,7% nel 2016 e sono appena l’8,9% nel 2017.

Per quanto riguarda gli infermieri, in particolare le segnalazioni dei cittadini sono il 23,9% nel 2017, mostrando un lieve calo rispetto al 25,2% del 2016. I cittadini, in questo caso, lamentano la sbrigatività delle procedure e dei modi, con un contatto spesso frettoloso e poco informato con gli operatori.

Anche nei casi in cui è evidente che il disagio dipende dalle condizioni organizzative e non dal comportamento del singolo, i cittadini sono comunque portati a identificare gli operatori come soggetti risolutori delle problematiche (di accesso alle informazioni su cura, condizioni del paziente, eventuale dimissione) e li investono di una aspettativa elevata.

I cittadini raccontano di mancata attenzione nei controlli e di mancati controlli nei casi più estremi: il ridotto numero di infermieri presenti nelle strutture è la causa di questa mancanza di attenzione, che non può assolutamente essere sanata dalla buona volontà e dallo spirito di abnegazione che pure moltissimi professionisti mettono in campo, perché la particolarità del lavoro che si volge in questo caso richiede lucidità e corretta organizzazione delle mansioni, per offrire al cittadino assistenza competente e appropriata.

Le segnalazioni che si riferiscono a questi disagi sono il 18,6% del totale, in netto aumento rispetto al 12% del 2016, facendo puntare l’attenzione su un problema forse emergente.

“Gli infermieri – ha affermato alla presentazione del Rapporto Pit Salute 2018 Ausilia Pulimeno, vicepresidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche, il maggior Ordine italiano con i cuoi oltre 440mila iscritti - sono sempre meno; dal 2009 (anno in cui sono iniziati i piani di rientro per le Regioni fortemente in deficit economico, quasi tutte del Sud, e quindi i tagli senza chanche ai bilanci locali col blocco del turn over e dei contratti) si sono perse 12.031 unità di personale. E gli infermieri, quelli del Ssn, quelli che lavorano negli ospedali, sono sempre più anziani: soprattutto in rapporto alle altre professioni tra gli infermieri sono diminuite le età centrali, tra i 35 e i 44 anni (dal 38,0 al 28,3%) e aumentate quelle dei "quasi anziani" tra i 45-54 anni che passano dal 33,8% al 37,9 per cento”.

“Senza risorse, che oggettivamente appaiono indispensabili, si tratterebbe – sottolinea Pulimeno - di modificare la composizione del personale. Da questo punto di vista il vincolo reale con cui il sistema deve fare i conti è quello di una carenza di risorse a disposizione per assumere il personale nel suo insieme, fermo paradossalmente al 2004 meno l’1,4%, cosa che ha portato negli anni a far sì che gran parte degli oltre 25 miliardi tagliati alla sanità siano stati presi dal personale. E questi, quelli messi in evidenza dal Pit Salute, sono i risultati”.

 

Fonte: Ufficio Stampa FNOPI

Inaugurata a Lecco la nuova Casa della Solidarietà e della Terza Età

Un bene pubblico caduto in disuso restituito alla comunità grazie all’impegno di Auser e Anteas

A Lecco nel rione San Giovanni, nell’edificio all’angolo tra corso Monte Santo e via Don Luigi Monza, che nei suoi 150 anni di storia è stato palazzo civico, municipio e scuola, è stata inaugurata  la nuova Casa della Solidarietà e della Terza Età. All’inaugurazione tante teste bianche, del resto la struttura è dedicata a loro. A gestirla saranno infatti Auser e Anteas, le associazioni che insieme hanno ideato e sostenuto il progetto per restituire alla comunità di Lecco un punto nevralgico del quartiere, dandogli però una nuova vocazione. La Casa della Solidarietà e della Terza Età farà da base operativa per le attività e i servizi di aiuto offerti agli anziani da Auser e Anteas, ed ospiterà anche il Sid, ovvero i servizi integrati alla domiciliarità del Comune di Lecco. 

Già a partire dal 2012 le due associazioni avevano lanciato la sfida di restituire  alla comunità un bene pubblico caduto in disuso e il cui degrado era sotto gli occhi di tutti. Insieme al Comune e alla Fondazione Comunitaria lecchese sono state raccolte le risorse necessarie per avviare una lunga e importante opera di restauro e agibilità.

Un edificio che ha molta storia da raccontare, come i segni del bombardamento aereo della sera del 25 aprile 1945. Tracce che  si è pensato bene non cancellare.

 

Fonte: Ufficio Stampa Auser

 

Nuova governance farmaceutica. Giulia Grillo: “Governare il sistema dei farmaci per garantire reale innovazione ai cittadini e futuro al Servizio sanitario nazionale”

 

Il ministro ha conferito una medaglia al prof. Silvio Garattini per i suoi freschi 90 anni e per il suo infaticabile lavoro al servizio della scienza e del sistema sanitario.

“Poco più di due anni fa, come parlamentare, ho presentato una mozione per la riorganizzazione del sistema della governance del farmaco approvata poi all’unanimità dalla Camera dei Deputati, e dunque essere qui oggi insieme a Silvio Garattini, al direttore dell’Aifa, Luca Li Bassi, e alla coordinatrice del tavolo delle Regioni sulla farmaceutica (nonché presidente della commissione Cpr-Aifa), Francesca Tosolini, a presentare il documento con le linee guida della nuova governance farmaceutica, è il coronamento di un lavoro che parte da lontano e che vede affermarsi i principi cardine della nostra Costituzione: diritto alla salute, eguaglianza e tenuta del sistema” ha esordito con questa dichiarazione il ministro della Salute, Giulia Grillo, nella conferenza stampa che si è svolta questa mattina per la presentazione del documento di programmazione della nuova governance farmaceutica.

Un testo che vuole essere la bussola per le politiche di riorganizzazione del sistema del farmaco, risultato di mesi di incontri e riflessioni al tavolo insediato al ministero della Salute a cui, oltre a un gruppo di esperti indipendenti, hanno preso parte esponenti del Mef, del Mise e, naturalmente, delle Regioni.

 “Il documento sarà oggetto di confronto con tutti i protagonisti del settore, non solo con le aziende, ma anche con i rappresentanti dei cittadini e delle associazioni dei pazienti, perché lo spirito di questo lavoro è di costruzione di un nuovo sistema di regole per restituire ai farmaci la loro missione centrale: strumento di cura, attraverso cui realizzare i livelli essenziali di assistenza di cui abbiamo tutti diritto” ha precisato il ministro. “Il recente rapporto dell’Ocse sull’innovazione farmaceutica indica come molti paesi stanno lottando per tenere sotto controllo la spesa sanitaria pubblica, cercando di non intaccare la qualità dei servizi offerti e l'accessibilità alle cure. Si tratta di un'operazione che, secondo l'Ocse, richiede interventi coraggiosi di riduzione degli sprechi. Il nostro lavoro, mi sento di dire, raccoglie pienamente questa sfida” chiarisce.

“All’orizzonte si stanno affacciando nuovi trattamenti che se realmente innovativi devono essere messi a disposizione dei pazienti. Per farlo - aggiunge ancora Grillo - è necessario allocare nel miglior modo possibile le risorse a nostra disposizione”.

Ma non solo alle innovazioni volge lo sguardo questo documento di governance. “Una delle mie richieste avanzate al Tavolo è stata quella di incrementare il livello di appropriatezza delle prescrizioni e aderenza ai trattamenti per rompere la spirale di crescita della spesa di compartecipazione. Non è più tollerabile - incalza il ministro -  che complessivamente ogni anno i cittadini mettano mano al portafoglio per oltre un miliardo di euro per compensare la differenza tra il prezzo di riferimento a carico del Ssn e quello più alto delle medicine “branded”, ossia di marca. Il documento (Punto B) se ne occupa e sarà mia cura sostenere l’Aifa affinché si superi la diffidenza per questo tipo di farmaci che ancora troppo spesso osserviamo sia tra i cittadini sia tra i prescrittori. In molti altri paesi europei la situazione è diversa. Dobbiamo recuperare questo gap” spiega.

Riflessione analoga va fatta per i farmaci biosimilari. “Le attuali conoscenze sono tali da garantire la sovrapponibilità in termini di efficacia e sicurezza tra i farmaci originatori e i biosimilari. Il tutto nel pieno rispetto delle norme che prevedono la libertà di scelta prescrittiva da parte del medico. Importanti principi attivi in questi mesi hanno visto la scadenza del loro (lecito) brevetto, altri ancora lo perderanno a breve. È necessario che il sistema colga questa occasione, ne va della sua sostenibilità” dice Giulia Grillo.

Per il ministro questo riordino è necessario perché abbiamo ereditato una situazione difficile:

“Non possiamo dimenticare il passato, con la sua pesante eredità in ambito farmaceutico. Il livello di contenzioso sui ripiani dei tetti di spesa farmaceutica che si trascina dal 2013 e che alla fine di quest’anno, stime alla mano, supererà i 3,5 miliardi di euro sta mettendo seriamente a repentaglio i bilanci della sanità di molte regioni. Occorre il buon senso di tutti perché il sistema non può più reggere questi numeri. Il nostro documento di governance tra i suoi punti si occupa anche del funzionamento dei tetti di spesa (Punto P). Noi stiamo provando con grande impegno a individuare adeguate soluzioni. Sembrano concetti difficili, lontani dalla vita delle persone, ma non è così, perché il sistema riguarda tutti noi: una riorganizzazione significa far arrivare le cure che servono, anche le più costose e innovative, a chiunque ne abbia bisogno” conclude il ministro della Salute.

“Sono soddisfatto di aver partecipato alla definizione di questo documento – dichiara Silvio Garattini, farmacologo e, nel 1961, fondatore dell’Istituto di Ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano – I farmaci servono per curare le persone e se non sono davvero utili, perdono la loro funzione. Una banalità che molti hanno dimenticato. Abbiamo un sistema saturo di farmaci fotocopia che servono a logiche altre rispetto alla cura dei pazienti, il sistema va razionalizzato e aggiornato. Un Prontuario fermo al 2005 con più di mille farmaci costa al Ssn più di 20 miliardi l’anno, lascia aperta una domanda: risponde alle esigenze di salute dei cittadini? Ho molti dubbi. Per questo oggi la governance deve comprendere un nuovo Prontuario, scritto con inchiostro fresco e idee nuove in cui si eliminano farmaci obsoleti e oggi non più competitivi. Nel 1993, la spesa farmaceutica era di 9mila miliardi di lire, dopo la revisione del Prontuario che portò a un risparmio di 4mila miliardi di lire, oggi la spesa è esponenzialmente più alta, ma abbiamo più salute di allora? Il Ssn e l’Aifa non possono avallare ciecamente le indicazioni di Ema, che introduce nuovi farmaci senza verificare (o ignorando) che ve ne siano di uguali già presenti in commercio, per questo ogni paese deve farsi la sua governance appropriata agli effettivi bisogni di salute. Inutile avere a disposizione 100 farmaci simili e non avere le risorse per quelli con nuovo potenziale terapeutico. Siamo più anziani, l’oncologia ha fatto passi da gigante, le malattie rare sono sempre più conosciute, le comorbilità impongono scelte terapeutiche personalizzate. Per questo, bisogna tagliare i rami secchi, evitare gli sprechi e appunto rivedere il Prontuario secondo logiche nuove. Va fatta buona informazione anche ai medici: i generici e i biosimilari sono efficaci e producono risparmi, mettiamocelo in testa una volta per tutte”.

In piena sintonia le parole del direttore generale di Aifa, Luca Li Bassi: “Sono arrivato da pochissimo all’Agenzia e, come noto, non ho partecipato al tavolo che ha impostato la nuova governance, ma come primo destinatario di queste nuove linee guida non posso che essere soddisfatto dell’impostazione generale. La complessità di questo sistema ha bisogno di concetti-guida semplici. Sono rientrato nel mio Paese - racconta Li Bassi - dopo aver lavorato in molti altri contesti internazionali e ho ritrovato il Prontuario farmaceutico che avevo lasciato anni fa, non c’è bisogno nemmeno di spiegare quanto sia mutata profondamente la situazione in oltre un decennio. La legge chiedeva già dal 2016 un documento per la nuova governance, finalmente possiamo lavorare al futuro del sistema, con una visione aggiornata ai tempi e ai progressi scientifici che ogni giorno la ricerca ci mette sotto gli occhi”.

Su questa linea anche Francesca Tosolini, che ha partecipato alla stesura del documento  per la governance in qualità di coordinatrice del tavolo delle Regioni sulla farmaceutica: “Questo lavoro è prezioso perché indica la rotta per un sistema che ogni giorno si confronta non le scoperte della scienza e con le esigenze di un servizio sanitario nazionale che deve far fronte alle esigenze di salute di una popolazione sempre più longeva. Abbiamo molte opportunità tecniche per rendere più efficiente il sistema, il testo che presentiamo oggi va letto in un’ottica costruttiva e sarà oggetto di confronto dinamico con il mondo sanitario, i pazienti e tutti i portatori di interesse, fermo restando che lo scenario richiedeva di prendere le redini di una galassia in continua evoluzione. Tutti ne trarranno beneficio, non può esserci un futuro sostenibile senza regole nuove e una visione innovativa”.

 

Fonte: Ufficio Stampa del Ministero della Salute

Odi il Natale? Una ricerca spiega il “Grinch” che c'è in te

Il British Medical Journal ha svelato i motivi per cui sono molti ad odiare il Natale e tutte le festività annesse. Il colpevole? La sede del cervello dove risiede lo spirito natalizio e l'esperienze pregresse. Lo psicoterapeuta Adriano Formoso spiega come rendere meno faticoso questo periodo

Non è ancora iniziato il “girone” delle feste e c'è già chi si sta organizzando per snobbare gli inviti e rimanere lontano dalle luci di Natale, proprio come il “Grinch”. Ma una spiegazione scientifica viene dal British Medical Journal e il commento di Adriano Formoso, psicologo e psicoterapeuta a Milano, ci aiuta a capire perché succede e come sopravvive fino al 6 gennaio

Dottor Formoso, quindi è provato anche scientificamente che ci sono persone  che amano e altre che odiano il Natale?

Sicuramente sì e questo rafforza i risultati di altri ricercatori in scienze neurologiche dell’università di Copenaghen che spiegano che nel cervello c’è una zona in cui è relegato il piacere e che l’atmosfera tipica delle feste lo attivi proprio nel periodo natalizio. Ma questo non succede per tutti. Molte tra queste persone infatti hanno un’evidente inibizione nel provare piacere anche solo pensando all’arrivo del Natale. Quel famoso sistema “mesocorticolimbico” deputato alla sensazione di piacere non riesce a superare l’angoscia e gli effetti neurofisiologici che hanno causato alcuni traumi subiti.

Dottor Formoso, quali sono i meccanismi cognitivi-cerebrali che fanno odiare  il Natale?

Si è scoperto che i circuiti cerebrali attivati dall'odio hanno parecchio in comune con quelli dell'amore. Se per amore si fanno a volte “follie” con gesti estremi in nome dell’amore, nello stesso modo l’odio può indurre a comportamenti estremi accanendoci contro quello che odiamo. Alcune persone subiscono passivamente l’angoscia del periodo natalizio mostrando il loro stato depressivo, altri arrivano persino ad affermare “odio il Natale!”. Quest’ultima è una forma reattiva caratterizzata da un sentimento di odio che contribuisce allo sviluppo di un forte senso di negatività nella persona attivando a livello cerebrale e cognitivo stati di nervosismo, di malessere e d’irritabilità

Dottor Formoso, cosa suggerisce a tutti i “Grinch” per sopravvivere a  questo lungo periodo?

Per sopravvivere alle situazioni stressanti è necessario sviluppare una grande attitudine, quella di saper tollerare. Questa condizione è spesso fraintesa con il sopportare ma il vero spirito della tolleranza è accettare le differenze. I vari “Grinch” a cui spesso ci si riferisce, hanno una grande opportunità di crescita personale e di brindare alla loro capacità di sopravvivenza. Chi tollera comprende l'unicità di ogni persona, tra pregi e difetti, forze e debolezze. Questa visione flessibile aumenta la nostra resistenza nell’affrontare il periodo angosciante delle festività e con esso le persone che incontriamo (anche se non le vorremmo proprio vedere, soprattutto a Natale). Prima ancora dei parenti, penso agli addetti alle promozioni commerciali natalizie o al parroco che viene a suonare alla porta per parlarti del Natale o a tutti gli stimoli natalizi che turbano il mondo interiore di chi ha il diritto di detestare questo rituale annuale.

Il mio consiglio è quindi prima di tutto tentare di capire i motivi per cui il Natale ci irrita, successivamente quello di valutare il proprio livello di tolleranza con l’intento di rafforzarlo. Ma se proprio non se ne è capaci, se ci si sente costretti a vivere il Natale come qualcosa di angosciante, che riporta a un ricordo amaro, a una atmosfera troppo tesa, consiglio di non stare troppo nella propria casa. Meglio allora organizzare un viaggio oppure cercare di passare la serata con gli amici o in un'associazione di volontariato.

Dottor Formoso, chi è vicino al “Grinch” (fidanzati, parenti, amici) come riesce a  festeggiare senza soccombere?

Consiglio di vivere le relazioni senza caratterizzarle al Natale, ma con la libertà e il piacere che si prova sempre nel resto dell'anno. Non bisogna convincersi che il Natale ricordi a chi si sente solo di essere realmente solo: consiglio di partecipare a iniziative di gruppo tra persone vicine al “Grinch” vivendo il periodo vacanziero come fosse quello di Pasqua o quello estivo. Spesso il “Grinch” si mostra reticente proprio perché l’atmosfera natalizia genera una provocazione in chi ha sofferto molto proprio per le proprie relazioni familiari. Poi ci sono molte persone che percepiscono il Natale come una minaccia non solo per la psiche ma anche per gli aspetti alimentari che questa ricorrenza impone (dai chili presi dai panettoni, torroncini, cene di lavoro e pranzi di famiglia). Questo sovrappeso si accumula in pochi giorni e spesso per smaltirlo bisogna attendere dei mesi all’insegna della dieta e dell’attività fisica. Quindi come altri studi hanno dimostrato, per non prendere peso bisogna bruciare almeno 1500-2000 calorie a settimana in attività fisica, quindi almeno un'ora di camminata al giorno a passo moderato o un totale di circa 20 km di corsa a settimana. Questi esercizi fisici aiuteranno anche ad aumentare i livelli di serotonina e questo consente di affrontare al meglio l’umore.

Dottor Formoso, c'è qualche speranza che anche il "Ghinch" venga contagiato e convertito allo spirito natalizio?

Se il Natale può simboleggiare per molti un momento di speranza ricordando la nascita di Gesù, anche in un’accezione laica si ha più tempo per andare a trovare un amico che soffre o vive un periodo che spera termini al più presto. Non è necessario attribuire la nostra vicinanza agli altri perché è Natale ma perché durante questo periodo si è più liberi da impegni di lavoro. Penso che sia possibile così, per qualche “Grinch” trovare utile e di aiuto il vissuto altrui del Natale aumentando così la propria tolleranza a un periodo vissuto allegramente “dagli altri”. Penso che ogni “Grinch” abbia la possibilità di un profondo cambiamento

Dottor Formoso, quali sono i segnali che fanno intuire subito che si nasconde un “Grinch”?

Sono molti i segnali e ben visibili. Tra questi noto la percezione che il Natale sia un complotto commerciale per far spendere dei soldi e quindi si vive il rifiuto categorico di fare regali o fare dello shopping natalizio aspettando di colpire gli autori del complotto commerciale natalizio eccitandosi per l’arrivo dei saldi.

Altre persone declinano cene di lavoro e parenti soddisfatti di aggredire l’ipocrisia che trovano in queste iniziative e cercando di proteggersi dal timore di essere omologati dalle tradizioni. Penso che nella nostra vita vi sia posto anche per le tradizioni senza per questo dare a loro un valore prioritario ad altre caratterizzazioni della società.

Esistono poi “Grinch da depressione”, ovvero quelle persone che soffrono di questa terribile malattia che dilaga a cavallo tra il secolo scorso e quello attuale. Queste persone non vorrebbero del tutto esprimere la loro passività al clima natalizio, specialmente se hanno figli. Infatti si sentono responsabili della crescita dei loro bambini e pertanto esprimono flebili segnali di partecipazione collettiva, con risultati non sempre felicissimi (parlo di addobbi e decorazioni tristi e forzate).