Mar 25, 2019 Last Updated 8:55 PM, Mar 22, 2019

CosmoSenior: a Rimini l’universo over 65

L’Italia è un paese per “vecchi”? Se ancora non lo è, di sicuro dovrà diventarlo. E’ questo il messaggio lanciato da CosmoSenior, l’unica manifestazione dedicata all’universo senior, tenutasi a Rimini. L’evento, giunto alla sua sesta edizione, ha messo in mostra i molteplici aspetti legati al mondo della Silver age: stili di vita, alimentazione, wellness, turismo, salute, assistenza, economia e servizi, tecnologia, sistemi di sicurezza e altro ancora hanno trovato spazio negli 11.000 mq di esposizione del Palacongressi. Un’attenzione particolare, quella del mercato verso questa fetta di popolazione, che trova giustificazione nei numeri, dato che l’Italia è il paese europeo con la quota più alta di over 65: oltre 13,5 milioni (pari al 22,3% della popolazione totale), di cui 6 milioni si mantengono in piena attività, viaggiando, coltivando interessi e sostenendo materialmente figli e nipoti. Insomma, i nostri “nonni” sono una risorsa inestimabile e come tale vanno tutelati; lo sa bene Senior Italia FederAnziani, organizzatore della manifestazione, che, oltre alla parte espositiva, ha incluso nel programma workshop, seminari, incontri con gli esperti, screening gratuiti e momenti ricreativi, tutto pensato per salvaguardare la salute dei nostri anziani. Dal palco del Congresso Nazionale il presidente Roberto Messina ha lanciato il messaggio: “Per il bene della Sanità pubblica, noi cittadini dovremmo fare prevenzione seguendo 3 regole fondamentali: massima adesione alle grandi campagne di screening gratuiti; corretta alimentazione e movimento; infine –e questo vale soprattutto per la categoria senior- assumere farmaci nelle modalità indicate dal medico. Sono piccoli gesti che possono fare molto. FederAnziani, con i suoi 4 milioni di iscritti, tiene moltissimo alla tutela del Sistema Sanitario Nazionale, patrimonio che vogliamo e dobbiamo assicurare alle future generazioni”. “Aderenza elle terapie e corretti stili di vita sono importanti – ha aggiunto Vincenzo Mirone, presidente Ufficio Scientifico SeniorItalia – ma non dimentichiamo la familiarità, che costituisce un fattore di rischio importante per molte patologie, come il cancro alla prostata e alla mammella. Bisogna informarsi sulla storia clinica dei propri familiari”. 
Presenti anche ospiti d’eccezione come lo psichiatra Alessandro Meluzzi: “Non basta aggiungere anni alla vita… bisogna aggiungere vita agli anni! Mantenere integri aspetti fondamentali per la mente, il tono dell’umore, la performance cognitiva, le funzioni psichiche ed emozionali. In questo gioca un ruolo fondamentale la genetica, ma la scienza conferma che occorre praticare una buona manutenzione anche dei geni”.
Tra i 2000 esperti, oltre ad operatori ed opinion leader del settore sanitario, anche esponenti dell’associazionismo. Fabrizio De Nicolis, presidente Aiom, si è concentrato sulla necessità di lanciare campagne informative rivolte ai cittadini per favorire la prevenzione: “La comunicazione è l’arma per prevenire il cancro. Vogliamo che gli oncologi escano dagli ospedali per andare tra la gente”.  Il presidente Anaste Alberto De Santis: “Da 8 anni partecipiamo a  Cosmosenior. Siamo onorati di essere coinvolti come tutor nel nascente progetto di organizzare un dipartimento nazionale di case famiglia”.
 L’On. Augusto Battaglia (ex Assessore Sanità Regione Lazio) ha dichiarato che “l’aumento dell’aspettativa di vita è la dimostrazione che, pur avendo dei limiti, il sistema di welfare italiano funziona. La buona notizia è che l’età media della popolazione è destinata a crescere, quella cattiva è che ciò comporterà una serie di questioni da affrontare immediatamente, come l’incremento delle malattie croniche e dei pazienti non autosufficienti. Tutto questo significa che ben 2 milioni di cittadini over 65 necessitano di assistenza a lungo termine. Non siamo pronti!”.  Di sicuro non rientrano tra questi i senior che affollavano gli spazi di CosmoSenior, oltre 6000 visitatori giunti da tutta Italia. Allegre comitive di signori vispi e chiacchieroni hanno accolto le attività proposte dagli organizzatori con entusiasmo. Se i “vecchi” fossero tutti così, non sarebbe difficile diventare un paese a misura di senior.

Fascite plantare - Entesite calcifica

La pianta del piede è costituita da una fascia plantare di 4 strati formata da fasci di tessuto connettivo fibroso, da muscoli, tendini e legamenti. Tutti questi,  agiscono insieme per mantenere stabili gli archi ossei del piede mentre si cammina, si corre e permettere di  flettere le dita. Il quarto e più profondo strato della pianta del piede, con i muscoli chiamati “interossei” letteralmente siti tra le ossa, è molto soggetto a degenerazione per carichi meccanici non facilmente ammortizzabili.  Nella zona del calcagno, il dolore acuto (talalgia) è causato più frequentemente dallo stato degenerativo dell’inserzione della fascia plantare, per microtraumi ripetuti e micro lacerazioni con conseguente  periostite da trazione.
Il dolore del tallone inoltre può essere provocato da Entesopatie, processi patologici a carico delle zone di congiunzione all’osso dei tendini e legamenti (Entesi), di natura traumatica, degenerativa,  infiammatoria;  in particolare posteriormente all’inserzione del Tendine d’Achille o inferiormente all’inserzione dei legamenti della fascia plantare del tallone, dove infiammazioni prolungate creano al tendine zone calcifiche (Entesiti Calcifiche), spesso definite impropriamente speroni.
Vanno considerate causa di dolore anche le Neuropatie da intrappolamento, Tunnel tarsale, nervo abduttore  del 5° dito (mignolo) e tendine flessore dell’alluce inserito su ossa sesamoidi.

Il tutore intelligente è SBi Motus Smart

L’ultimo prodotto, innovativo, tecnologicamente avanzato, intelligente, ha vinto alla Consumer Electronic Show di Las Vegas il premio “CES innovation Award 2019”  fra i primi cinque prodotti made in Italy del mondo.
E’ il tutore Optima Molliter SBI Motus Smart Powered by Sensoria e ne hanno parlato le maggiori riviste scientifiche del mondo, non solo per tale prestigioso riconoscimento ma soprattutto perché è un dispositivo medico che permette notevoli risparmi di tempo e costi al sistema sanitario nel caso di fratture di caviglia o piede, cadure di anziani, ulcere e piede diabetico, riabilitazione postchirurgica….
Franco Salvatelli dalla sua sede di Civitanova Marche, grazie ad una collaudata squadra di tecnici e ricercatori, l’ha ideato, disegnato, realizzato con uno scopo: far diventare un ausilio per la riabilitazione un progetto dinamico per la Salute che non si limita a fasciare un piede, una caviglia ferita. Molto di più, ne guida il recupero monitorando la postura, l’uso e l’attività dell’arto malato, consentendo con una serie di sensori avanzatissimi di aggiustare la terapia in corso, adeguarla, assicurando al paziente e al medico la comunicazione costante di eventuali evoluzioni della ferita, anomalia nella procedura di guarigione, comportamenti scorretti, frequenza o meno dell’utilizzo, situazioni di rischio come cadute… arrivando perfino a “consigliare” indicazioni o cambiamenti a chi indossa il tutore stesso.
Salvatelli è un imprenditore della Salute… che coltiva il genio della tecnologia!
“Mi definiscono così. Di recente mi ha anche intervistato il podcast Usa NPR, una delle tv americane più viste…. ma in realtà lo studio che c’è dietro ogni prodotto va oltre la mia volontà di raggiungere obiettivi sempre migliori per la riabilitazione, la curiosità di spingerci oltre il limite…. Questo dispositivo è uno strumento di miglioramento della terapia riabilitativa, ma rimane un tutore, alla portata di tutti. Lo produciamo come Optima Molliter in vetroresina, con prodotti all’avanguardia ma in realtà con minori costi…”.
Addirittura un luminare come David Armstrong ha partecipato alla progettazione…
“Sì, è vero. Come pure ci siamo avvalsi e ci avvaliamo della preziosa collaborazione dell’Università di Pisa. Ci tengo a dire che il risultato è sempre nel lavoro di squadra. L’Obiettivo fondamentale è far muovere le persone. Perché il movimento è vita”.
Come nasce un progetto premiato a livello mondiale?
“Nel 2008 oltre 5 realtà scientifiche sono state coinvolte da Optima Molliter in uno studio approfondito su un campione di pazienti allargato. Scopo: creare un tutore alto non removibile che potesse ‘raccontare’ di sé e del suo utilizzo. Mi spiego meglio: il paziente diabetico ad esempio, non avvertendo un dolore acuto sul piede a causa della perdita di sensibilità, è portato a trascurare la ferita, l’ulcerazione, e quindi tralascia anche tempi, modi e puntualità delle terapie…. Ora, la coercizione è una chiusura, una limitazione: questo tutore invece rende l’individuo consapevole della situazione che sta vivendo, facendolo partecipare direttamente alla sua terapia.”
Parliamo di tecnologia di ultima generazione…
“Sì: fibra di vetro e materiali termoaderenti, lavabili, conformabili e personalizzabili; soprattutto un design che permette di smontare il tutore in ogni singola parte, infine il sensore con il nostro algoritmo. Il sistema detection system è unico, come pure la possibilità di distribuire il peso corporeo diminuendo i carichi e ottimizzando il principio di propulsione… in modo da togliere ogni stress al piede”.
Se dovesse individuare due pregi, su tutti, per questo tutore?
“Diminuisce i tempi di guarigione e rende partecipe il paziente alla terapia. Diminuisce dunque i costi sociali ed è anche… bello a vedersi!”.
Dove sarà possibile trovarlo?
“Optima Molliter commercializza i suoi prodotti in 22 Paesi, ora stiamo concentrando l’attenzione sui sistemi ospedalieri degli Usa…”.
Progetti per il futuro?
“Molti. Avranno a che fare con l’ottimizzazione del movimento e la stabilità posturale. Soprattutto per la migliore gestione delle cronicità….”

Il Podologo alza l’asticella: professionalità e crescita

AIP a congresso, con grande partecipazione e un ambizioso obiettivo all’orizzonte. Responsabilità professionale, nuove sfide e un ruolo centrale - come centrale per la salute è la cura del piede - sono i temi del XXXII congresso nazionale dei Podologi, nell’intento di incidere più direttamente all’interno del Sistema Sociosanitario nazionale. Dal Piede, si sa, dipendono grandemente gli equilibri del corpo umano, sia per la postura che per una serie di gravi patologie, in primis il diabete, che se non curate adeguatamente portano a malattie irreversibili e a costi spaventosi per il SSN. L’esempio – ricordato a Roma da illustri relatori – sono le amputazioni il cui numero è terribilmente preoccupante e segnale inequivocabile che non si ancora abbastanza per la prevenzione.
 Il neopresidente AIP Valerio Ponti - dopo il saluto delle autorità, dell’ex ministro della Sanità Maria Pia Garavaglia e dopo il video intervento del past president storico, Mauro Montesi, oggi presidente onorario - ha sottolineato la battaglia vinta per essere Ordine e Albo professionale. Un passo avanti per il riconoscimento della figura del Podologo non solo come libero professionista ma anche dentro gli ospedali. Ora preparazione e formazione sono più che mai parola d’ordine necessaria per il futuro. Come la più stretta collaborazione dentro la categoria e con le professioni mediche con cui il Podologo lavora quotidianamente.
Due gli interventi che vogliamo sottolineare: Elia Ricci, presidente AIUC, ha portato la notizia che l’AIP entra di diritto con la figura del Podologo nel direttivo AIUC nazionale. Enrica Pagliari, presidente AMPI, ha ricordato che è ormai superata l’eterna conflittualità all’interno della categoria e fra le professioni mediche alla ricerca della massima collaborazione, anzi contaminazione, delle reciproche competenze e dei saperi.
 Il XXXII congresso nazionale si è sviluppato attorno a tavole rotonde e relazioni tecniche in cui diversi specialisti di livello hanno parlato di Ortopedia, Meccanica e Postura, Dermatologia, Podologia e Piede diabetico, fino allo studio delle applicazioni delle innovazioni tecnologiche e dei materiali che il Podologo oggi affronta grazie a continui aggiornamenti e competenze in costante evoluzione.

E’ l’ora dell’infermiere di famiglia

Nel futuro dell’assistenza territoriale c’è l’infermiere di famiglia.

Fuori dagli ospedali le strutture residenziali che forniscono Long term care erogano un mix di servizi sanitari e sociali; i servizi sanitari sono sostanzialmente di tipo infermieristico, in combinazione con i servizi di assistenza personale. Le cure mediche sono molto meno intensive di quelle fornite negli ospedali.
Anche nelle Rsa, dove il livello di autosufficienza delle persone ricoverate è maggiore, l’assistenza è più di tipo infermieristico, al contrario delle lungodegenze ospedaliere dove c’è assistenza medica 24 ore su 24, oltre che assistenza infermieristica, prestazioni riabilitative, consulenze specialistiche, assistenza alberghiera e cura della persona.
E’ ciò che emerge dal 14° rapporto sanità del Crea, il Consorzio Universitario per la Ricerca Economica Applicata in Sanità promosso dall’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, messo a punto quest’anno in partnership con la Federazione Italiana Medici di medicina generale (Fimmg).
E proprio nel settore della medicina generale il Rapporto Crea rileva la spinta verso forme aggregative dei medici, attraverso la costruzione di gruppi multiprofessionali e multidisciplinari, coinvolgendo figure come gli infermieri e gli operatori sociosanitari, oltre agli stessi specialisti ambulatoriali. Urge concentrarsi sull’ottimizzazione delle forme di allineamento professionale tra i Mmg e le altre discipline mediche coinvolte nella presa in carico del paziente, così come sui rapporti di collaborazione con le altre professioni sanitarie, in particolar modo con la professione infermieristica, che ha assunto un ruolo primario nell’ambito di alcuni dei nuovi moduli di assistenza territoriali. D’altra parte, specifica il rapporto Crea, lo stesso Piano nazionale della cronicità fornisce una serie di indicazioni puntuali. Anzitutto l’aggregazione del team di operatori, anche in assenza di una sede condivisa, deve essere promossa e favorita dall’organizzazione del lavoro; all’interno del team, inoltre vanno definiti chiaramente i ruoli e i compiti (almeno uno degli infermieri svolge la funzione di Care Management in collegamento con il tutor ospedaliero) mentre la definizione del Piano di cura e il coordinamento clinico sono nella responsabilità del Mmg.
Così, nell’organizzazione dei servizi per la presa in carico il Crea indica tra le altre iniziative la necessità di investire nella formazione delle varie figure all’interno delle equipe multiprofessionali e di definire più compiutamente il ruolo di case manager/care manager dell’infermiere, investendo in formazione e incentivi economici, valorizzando il ruolo di coordinamento dell’infermiere nell’ambito delle equipe multi-professionali.
“Quella dell’infermiere di famiglia in team col medico di famiglia è un’opzione realizzabile – spiega Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI - anche non utilizzando infermieri dipendenti  che potrebbe essere un problema dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro ed è giudicata una strategia limitante dagli stessi infermieri che finora sono stati coinvolti nelle sperimentazioni/organizzazioni locali, ma liberi professionisti o convenzionati proprio come lo sono gli Mmg, , in modo tale da poter anche dividere con il Mmg il rischio di impresa: lo studio funziona se funzionano i professionisti, il paziente è fidelizzato se si ottiene la loro fiducia”.
“Oggi sul territorio – spiega la presidente FNOPI - un medico di famiglia ha un massimale di 1.500 assistiti: FNOPI propone un massimale di assistiti cronici o disabili di 500 per infermiere.
Un infermiere che lavori in équipe col medico, un infermiere ‘di famiglia’ accanto e a fianco del medico di famiglia, vere e proprie ‘micro-équipe’ sul territorio che siano davvero a fianco del paziente, senza soluzioni pericolose e che dia a ciascuno il suo ruolo nel rispetto delle singole professionalità. L’infermiere di famiglia può gestire i processi infermieristici in ambito familiare e di comunità di riferimento e opera in collaborazione con il medico di medicina generale e il pediatra di libera scelta, il medico di comunità e l’équipe multiprofessionale per aiutare individuo e famiglie a trovare soluzioni ai loro bisogni di salute e a gestire le malattie croniche e le disabilità”.

ENPAM, i medici guardano al futuro

Dott. Oliveti, come presidente ENPAM ha importanti responsabilità. Molte sono le questioni delicate sul tavolo, in primis la pensione. Come si pongono i medici rispetto a questo argomento?
“Come qualsiasi altro cittadino che, dopo anni di lavoro, spera di godere della pensione. L’ENPAM ha il compito di amministrare denaro altrui vincolato al destino previdenziale, ma quest’ultimo non contempla solo la pensione di anzianità: in caso di bisogno, non solo siamo pronti a sostenere i nostri iscritti  nel periodo lavorativo, ma anche nella fase della formazione. Da padre, più che da professionista, mi infastidisce sentire i giovani aspiranti medici dire che non avranno mai una pensione! Come presidente ENPAM, ho la soddisfazione di assicurare ai nostri ragazzi prestazioni previdenziali già a partire dagli ultimi 2 anni di studi in Medicina e Odontoiatria. Questo significa, per esempio, avere un baby bonus in caso di gravidanza, accedere al mutuo per la prima casa o godere di una polizza di long term care nella malaugurata ipotesi dovessero intervenire condizioni di non autosufficienza.
La tutela delle nuove generazioni ci inorgoglisce e ci stimola ad andare avanti su questa strada. Per quel che riguarda il welfare, abbiamo definito il progetto “Quadrifoglio”, perché consta di 4 aree: previdenza complementare, fondo sanitario integrativo, credito agevolato, tutela dei rischi professionali e biometrici (ad esempio, infortunio, malattia o perdita dell’autonomia). In termini di responsabilità civile, ci proponiamo di lavorare insieme alla Federazione Nazionale degli Ordini per trovare una proposta di tutela per tutti i nostri iscritti. Questo lavoro implica un’attività di commissione ancora in fase di costituzione. Inoltre, intendiamo attuare quanto prima i dettami della legge Gelli-Bianco , anche se non sono ancora disponibili i decreti applicativi.
Altro punto che ci sta molto a cuore: mantenere un rapporto di fiducia con tutti coloro che nutrono un legittimo interesse nei confronti della Fondazione. È importante rendicontare costantemente il proprio operato e noi lo facciamo dal 2013 con il nostro bilancio sociale, con il quale illustriamo le nostre attività e il modo di rapportarci con gli iscritti e con le istituzioni”.
E’ stato appena riconfermato presidente, un bilancio?
“Abbiamo raggiunto importanti traguardi in questi ultimi tre anni – ha detto Oliveti dopo la sua elezione –. Dobbiamo andare avanti e ampliare le quattro direttrici del progetto WISE (welfare, investimenti, servizi, Europa) che ha caratterizzato finora il nostro cammino. Abbiamo messo in campo servizi comuni nella logica della condivisione, cogliendo nelle diversità un valore aggiunto”.
E per il futuro?
“Affronteremo uniti le prossime sfide che consisteranno nell’ampliare l’assistenza strategica agli iscritti, nel fare investimenti sia qualitativi sia con ricadute professionali, nell’offrire servizi che contribuiscano a creare una corsia preferenziale per i professionisti nei riguardi dei finanziamenti europei, sempre con la massima attenzione alla componente giovanile delle nostre categorie”.
Recentemente si è discusso della possibilità di abolire il numero chiuso per le facoltà di Medicina e Scienze Infermieristiche. Cosa ne pensa l’EMPAM?
“L’ENPAM vive dei contributi dei suoi iscritti: se cresce il loro numero, cresce anche l’ENPAM…ma credo che, in un’epoca di grandi cambiamenti come quella che viviamo, la nostra Fondazione debba preoccuparsi di altre questioni; l’innovazione tecnologica (ormai essenziale in campo medico), la globalizzazione e il progressivo invecchiamento della popolazione stanno impattando in maniera consistente sulle casse di previdenza. Noi pensiamo ad esercitare bene il nostro mestiere, occupandoci di pensioni, assistenza, investimenti, welfare professionale: sta qui la nostra utilità per il Paese”.
Ma, come medico, il dott. Oliveti cosa pensa della questione del numero chiuso?
“Quelle del medico e dell’infermiere sono professioni che richiedono un alto livello di conoscenza, formazione e competenza. Non sono lavori alla portata di tutti e temo che l’abolizione del numero chiuso possa generare illusioni destinate a rimanere tali. D’altra parte, anche una scorretta programmazione del numero chiuso alla fine risulta deleteria…l’ideale sarebbe prevedere un numero di ingressi che possa corrispondere al numero di studenti che, alla fine del percorso universitario, risulteranno adeguatamente formati per sostenere il nostro Sistema Sanitario”.

Celiachia: in Italia nel 2017 i celiaci sono più di 200 mila

Pubblicata la Relazione al Parlamento sulla Celiachia 2017. La regione italiana dove risiedono più celiaci risulta essere la Lombardia (36.529), quella che ne registra meno è la Valle d’Aosta (520). Le nuove diagnosi nel 2017 sono state 8.134, circa la metà di quelle registrate l’anno precedente. 

Nel 2017 in Italia il numero di celiaci è salito a 206.561, con un incremento medio annuale di circa 10.000 diagnosi. Inoltre quasi i 2/3 della popolazione celiaca è di sesso femminile (donne 145.759 e uomini 60.802) con una proporzione media di 2:1. Sono alcuni dei dati relativi al 2017 contenuti nella Relazione annuale sulla celiachia del Ministero della Salute presentata lo scorso 8 gennaio al Parlamento. Il documento fotografa la situazione epidemiologica in Italia e l’impegno istituzionale a favore dei pazienti celiaci che prevede non solo il supporto lungo il percorso strettamente diagnostico ma include anche un importante sostegno sul piano alimentare. La regione italiana dove sono residenti più celiaci risulta essere la Lombardia (36.529), seguita da Lazio (21.063), Campania (19.673) ed Emilia Romagna (16.765) mentre quella che ne registra meno è la Valle d’Aosta (520) seguita dal Molise (943). “Dai dati 2017 risulta che lo 0,34% della popolazione italiana è celiaca. – spiega la Relazione – Se si entra nel merito delle singole realtà territoriali si scopre che la Lombardia, che risulta avere il numero maggiore di celiaci, ha una percentuale di celiaci rispetto alla sua popolazione, pari a quella del Lazio ma di gran lunga inferiore rispetto alla Sardegna. In Italia la Regione con la percentuale di celiachia maggiore in proporzione rispetto alla sua popolazione è la Sardegna (0,44%) seguita da Toscana e Provincia Autonoma di Trento”. Relativamente alle nuove diagnosi queste nel 2017 sono state 8.134, circa la metà delle diagnosi registrate l’anno precedente. Le regioni in cui si sono registrate maggiori diagnosi sono il Lazio con + 1.738, seguito da Marche con + 1.068 e Campania con + 953″.

Per quanto riguarda le mense scolastiche, ospedaliere e quelle annesse alle strutture pubbliche che devono garantire un pasto senza glutine ai celiaci che ne fanno richiesta, dalla relazione emerge che “dalle anagrafi regionali nel 2017 le mense che rientrano nel campo di applicazione della legge 123/2005 sono risultate complessivamente 42.814, di cui 28.718 scolastiche (67%), 7.997 (19%) ospedaliere e 6.099 annesse alle pubbliche amministrazioni (14%). Le regioni con il più alto numero di mense sono la Lombardia con 10.887 strutture, seguita dal Piemonte con 5.493 e dall’Emilia Romagna con 4.333”.

Fonte: http://www.salute.gov.it/

 

 

 

L’attività fisica migliora l’ambliopia negli adulti

Uno studio, guidato da Alessandro Sale e Maria Concetta Morrone, rispettivamente dell'Istituto di neuroscienze del Cnr e dell’Università di Pisa, e pubblicato sulla rivista Annals of Clinical and Translational Neurology, dimostra che adulti colpiti da questo disturbo possono recuperare le funzioni visive pedalando in bicicletta durante i momenti di occlusione dell’occhio pigro

L’ambliopia, detta anche occhio pigro, è un disturbo diffuso, causato da uno sbilanciamento in età giovanile dell’attività dei due occhi, indotto da varie cause: forti differenze nel potere rifrattivo dei due occhi (anisometropia), opacizzazioni della cornea, strabismo, cataratta congenita. La patologia determina una marcata riduzione delle capacità visive, in particolare dell’acuità visiva e della stereopsi (visione della profondità). Nel bambino è trattabile prima degli otto-nove anni di età, ma nell’adulto non è curabile a causa della riduzione dei livelli di plasticità cerebrale del cervello maturo.

Gli esperimenti condotti da Claudia Lunghi (ex-ricercatrice dell’Università di Pisa, ora all’École Normale Supérieure di Parigi) in collaborazione con Antonio Lepri dell’Azienda ospedaliera universitaria pisana e coordinati da Alessandro Sale dell'Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-In) e da Maria Concetta Morrone dell’Università di Pisa hanno dimostrato che è invece possibile ottenere un marcato miglioramento delle funzioni visive anche in adulti affetti da ambliopia. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Annals of Clinical and Translational Neurology

“Gli studi che ho condotto su modelli animali hanno mostrato che l’attività fisica potenzia la plasticità cerebrale, ossia la capacità dei circuiti del cervello di cambiare struttura e funzione in risposta agli stimoli ambientali”, spiega Sale. “D’altro canto, gli studi effettuati dal mio gruppo su soggetti umani hanno evidenziato una plasticità visiva che si mantiene anche negli individui adulti e che agisce su tempi brevi: la chiusura temporanea di uno dei due occhi porta al miglioramento della percezione visiva in quell’occhio”, aggiunge Morrone. “Anche questo tipo di plasticità visiva, definita omeostatica, si potenzia in risposta all’attività fisica volontaria nelle persone sane”.

Nel nuovo studio è emerso che potenziando nell’adulto questa plasticità omeostatica con l’attività fisica si migliora in modo permanente la visione dell’occhio pigro. “Un gruppo di dieci persone ambliopi ha trascorso, per tre giorni consecutivi, un breve periodo di deprivazione della visione dell’occhio ambliope stando seduti di fronte a un televisore, guardando un film e alternando, durante la visione, dieci minuti di pedalata alla cyclette con dieci minuti di riposo, per tre ore complessive”, raccontano i due studiosi. “La stessa procedura è stata ripetuta per altre tre settimane, riducendo il numero di giorni di trattamento per settimana da tre a uno.  Ai soggetti di controllo è stata invece somministrata la deprivazione senza l’uso simultaneo della cyclette, quindi senza attività fisica”.

I risultati sono stati subito evidenti. “Quanti svolgevano attività motoria hanno mostrato un marcato recupero dell’acuità visiva e della stereopsi, effetto che si è mantenuto nel tempo ed è risultato presente anche dodici mesi dopo la fine del trattamento. I soggetti di controllo, invece, hanno evidenziato solo livelli di recupero trascurabili”, continuano i due ricercatori.

Lo studio rappresenta la prima dimostrazione della possibilità di utilizzare i benefici dell’attività fisica per favorire il recupero delle funzioni visive in soggetti ambliopi, ma contiene anche un’altra novità. “La ricerca dimostra l’efficacia della chiusura dell’occhio ambliope quale strategia per favorirne il recupero”, conclude Sale. “Il paradigma più usato, in questo campo, prevede lunghi periodi di occlusione dell’occhio sano, per contrastarne la predominanza e favorire l’uso dell’occhio pigro. Il lavoro pubblicato mostra invece che la chiusura dell’occhio ambliope, se avviene in condizioni che favoriscono la plasticità omeostatica, offre scenari di trattamento insperati e ancora tutti da esplorare, anche se è effettuata per periodi di tempo molto brevi”.

 

Fonte: Ufficio Stampa CNR

Bando AIFA 2017: saranno finanziati 12 studi di ricerca indipendente per 7 milioni e 671 mila euro


Il Consiglio di Amministrazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato la graduatoria finale del Bando AIFA 2017 per la ricerca indipendente. Dodici gli studi ammessi a finanziamento, per un valore complessivo di 7.670.976,50 di euro, su un totale di 368 protocolli valutati.

L’area tematica delle “malattie rare” è la più rappresentata, con sette studi, seguita da “resistenza agli antimicrobici” (due), “medicina di genere” (due) e “malattie pediatriche” (uno). Otto studi sono interventistici (4 di fase II, 2 di fase III e 2 di fase IV) e 4 non interventistici.

I progetti ammessi al finanziamento sono quelli che hanno ottenuto un punteggio pari o inferiore a 9, valore soglia (cut off) che corrisponde all’eccellenza e che è stato stabilito dal Consiglio di Amministrazione dell’AIFA.

L’iter di valutazione è stato condotto mediante un sistema di revisione indipendente internazionale. Nella prima fase, due revisori indipendenti hanno valutato gli studi assegnando un punteggio in base a criteri quali la rilevanza scientifica, il livello di innovatività, la metodologia e il disegno di studio, la produzione scientifica dello sperimentatore principale e l’adeguatezza dei  centri sperimentali.

La seconda fase di valutazione è stata svolta da una Study Session nominata dall’AIFA, che ha aggiunto come ulteriore elemento di valutazione il potenziale impatto dei progetti sul Servizio Sanitario Nazionale e la congruità dei budget richiesti. La Study Session ha poi assegnato i punteggi che hanno portato alla costituzione della graduatoria finale.

Il sostegno alla ricerca clinica indipendente – afferma il Direttore Generale, Luca Li Bassi –  è un obiettivo prioritario per l’AIFA, che con i suoi bandi di ricerca mira a sostenere studi solidi, in grado di produrre risultati concreti in termini di migliori terapie per i pazienti e di nuove conoscenze e strumenti di valutazione a beneficio di medici, ricercatori e dell’intera comunità scientifica. In coerenza con le linee d’indirizzo della nuova governance del farmaco, AIFA continuerà a promuovere la ricerca indipendente di qualità, focalizzando l’attenzione su aspetti meno ambiti dalla ricerca profit ma che rappresentano temi di rilevante interesse per la salute dei cittadini e per il Servizio Sanitario Nazionale. Per questo l’Agenzia è impegnata a recuperare il ritardo sul Bando 2018, che sarà pubblicato nel più breve tempo possibile”.

 

Vai alla graduatoria finale

Vai al Bando AIFA 2017

 

Fonte: Ufficio Stampa AIFA

 

Sport all'aperto anche d'inverno: fa bene (con attenzione), parola di cardiologo

Il professor Leonardo Calò, Direttore UOC di Cardiologia del Policlinico Casilino e docente dei corsi di Consulcesi Club, spiega perché è importante affrontare il calo delle temperature e non interrompere la propria attività fisica: «Le soluzioni per tenersi in forma anche nei mesi più freddi e piovosi ci sono, basta fare tutto con intelligenza»

 

Nei giorni più freddi dell’anno, i cosiddetti “Giorni della Merla”, anche chi è abituato a praticare attività fisica all’aperto rischia di farsi demotivare da basse temperature e clima avverso. Eppure, c’è più di un buon motivo per alzarsi dal letto, coprirsi bene e affrontare il freddo per fare un po’ di sport: Consulcesi Club, realtà di riferimento per oltre 100mila medici, in collaborazione con il portale web Sanità Informazione, ha voluto sfatare i falsi miti e stilare un utile vademecum grazie al professor Leonardo Calò, Direttore UOC di Cardiologia del Policlinico Casilino.

SERVE CONTINUITÀ NELLO SPORT. Molto spesso accade che una persona tenda a fare il possibile per tenersi in forma in estate, o comunque in condizioni climatiche favorevoli. Nelle giornate un po’ più fredde o con pioggia, la stessa persona tenderà a mollare e a rimandare tutto a quando il tempo sarà più idoneo. Questo è un atteggiamento molto negativo perché la continuità dell’attività fisica è uno degli aspetti più impattanti per la nostra salute.

L’ARIA APERTA CI FA BENE. Se l’attività fisica viene fatta all’aria aperta in luoghi come boschi o prati, l’organismo umano risente positivamente dell’impatto dell’ossigenazione, per cui senza dubbio è da preferire rispetto all’attività svolta al chiuso.

NO AGLI EROISMI. Non c’è bisogno di prestazioni ‘eroiche’. Basta un’attività moderata come lunghe passeggiate a passo veloce o jogging.

MAGGIORE ATTENZIONE ALLA FASE DEL RISCALDAMENTO. In presenza di basse temperature la fase del riscaldamento deve essere curata con più attenzione, al fine di evitare strappi muscolari e problemi simili. Con un riscaldamento della durata di una decina di minuti, riusciremo ad avere una vasodilatazione arteriosa adeguata e il nostro sangue potrà distribuire ai muscoli una portata di flusso idonea.

L’IMPORTANZA DEL GIUSTO ABBIGLIAMENTO. È necessario coprirsi bene e farlo a strati. Il classico keeway va benissimo in condizioni metereologiche mutevoli o quando piove, ma si può anche provare a munirsi di coperture che possono essere tolte durante il tragitto. È ovvio che quando il tempo è molto cattivo è consigliabile non uscire per evitare di bagnarsi per strada e magari ammalarsi successivamente. Il rischio per la salute, in questo caso, non è tanto il freddo in sé, quanto lo stare accaldati e bagnati in una zona ventilata. Il consiglio dunque è di evitare situazioni del genere e di coprirsi rapidamente e farsi una doccia calda.

 Fonte: Ufficio Stampa Consulcesi