Apr 19, 2019 Last Updated 4:02 PM, Apr 19, 2019

Staminali e Biobanche, basta con le notizie terroristiche

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E’ apparsa sotto le feste natalizie una notizia riguardante una video inchiesta di alcuni apprendisti giornalisti che mira a screditare il sistema delle staminali. Addirittura si dice che sarebbe l’Istituto Superiore della Sanità a sostenere l’inutilità di conservare il cordone ombelicale. Si legge addirittura nel titolo “Nessuna evidenza che le cellule servano a curare malattie del sangue”. Ma abbiamo controllato: sul sito dell’ISS non c’è nulla di ciò. La scelta familiare è riconosciuta libera e altrettanto libera dev’essere l’opzione di tutelare il neonato per la sua salute futura.
Abbiamo chiesto lumi alla direttrice di In Scientia Fides di San Marino, la dott.ssa Luana Piroli.
“In Italia è attiva dal 2005 un’ordinanza ministeriale diventata decreto ministeriale nel 2009 dove viene chiaramente autorizzata la raccolta per la conservazione privata in tutti gli ospedali previa autorizzazione da parte della direzione sanitaria dell’ospedale in cui avverrà il parto. Per ottenere l’autorizzazione o nulla osta al prelievo, la mamma deve presentare analisi ematiche eseguite nel nono mese di gravidanza e deve mostrare il kit utile alla raccolta rilasciato dalla Biobanca privata. Nello stesso decreto ministeriale è autorizzata la “conservazione autologo dedicata”. Si legge: “In Italia non è consentita la conservazione per uso unicamente autologo cioè personale del sangue del cordone ombelicale, tranne quando, tra i consanguinei del nascituro, vi sia una patologia per la quale è riconosciuto clinicamente valido ed appropriato l’utilizzo terapeutico delle cellule staminali del sangue da cordone ombelicale.
In tal caso si tratta di “donazione dedicata” e le cellule staminali, conservate gratuitamente nelle banche italiane, sono ad esclusiva disposizione della persona alla quale sono state dedicate in ragione della sua patologia. Dunque ci sono leggi e disposizioni chiare”.
Quando è possibile la conservazione autologo - dedicata secondo la normativa?
“La normativa nel nostro Paese consente la conservazione delle cellule staminali da sangue cordonale per uso autologo-dedicato al neonato o ad un consanguineo, presso le banche di sangue placentare esistenti sul territorio nazionale, solo in alcuni casi:
• quando il nascituro o un suo consanguineo presenta, o al momento del parto o in epoca pregressa, una patologia per la quale il trapianto di cellule staminali emopoietiche è clinicamente valido
• quando nella famiglia c’è il rischio di una malattia geneticamente trasmissibile a futuri figli per la quale il trapianto è una pratica scientificamente appropriata.
La norma consente inoltre, la conservazione del sangue da cordone ombelicale ad uso autologo dedicato anche in caso di particolari patologie, non ancora presenti nell’elenco allegato al decreto ministeriale 18 novembre 2009, per le quali sussistono comprovate evidenze scientifiche di un possibile impiego di cellule staminali da sangue cordonale anche nell’ambito di sperimentazioni cliniche approvate secondo la normativa vigente, previa presentazione di una documentazione rilasciata da un medico specialista nel relativo ambito clinico.
Ciò rappresenta chiaramente l’importanza di avere a disposizione le cellule staminali da cordone ombelicale in caso di necessità.
Ciò che non si capisce è come mai però se una famiglia decide di mantenere per sè le cellule staminali e quindi garantire alla propria famiglia, attraverso una assicurazione biologica, una possibilità di cura, l’utilizzo diventa “l’illusione del cordone ombelicale, inutile conservarle per se stessi”. Incoerente e fuoriviante!”
Forse ci sono interessi più o meno nascosti per nuotare contro….
“Sì ma spesso mi chiedo quali? Negli ospedali nessuno parla di questo servizio salvo quando qualche coppia richiede di fare la conservazione privata ed in quel caso gli operatori sanitari si schierano contro senza valide ed oggettive motivazioni. L’educazione sanitaria è praticamente assente….”
Uno dei leit-motiv ricorrenti in italia, specialmente nell’argomentazione a favore della donazione pubblica, è che donare non costa niente.
“Possiamo ritenere poche affermazioni più errate e fuorvianti di questa: la donazione costa, eccome! Certamente, chi dona non ha alcun esborso all’atto della nascita, ma in modo dilazionato, costantemente, tutti paghiamo e sosteniamo questo sistema, con le tasse che vanno anche a sostegno del SSN: nel territorio italiano vi sono 19 banche di sangue del cordone ombelicale esistenti, sono tutte pubbliche, ed è evidente dalla natura stessa dell’atto che ha consentito la nascita delle banche SCO (Accordo della Conferenza Stato-Regioni)  come ciascuna singola Regione abbia potuto gestire fondi per la creazione di una propria banca”.
E se parliamo di prezzi?
“Nell’accordo stato regioni del 29 ottobre 2009 si fa riferimento all’Accordo del 24 luglio 2003 fra il Ministero della Salute e le Regioni per quel che riguarda l’Aggiornamento del prezzo unitario di cessione del sangue e degli emoderivati tra servizi sanitari pubblici. Quello che è possibile fare, dunque, è una stima. Ciascuna unità di SCO ha un valore: dal Tariffario per le prestazioni per la ricerca e reperimento di cellule staminali ematopoietiche da non consanguineo [decorrenza marzo 2014]. Secondo tale documento, il costo totale dell’invio dell’unità di CSE da sangue cordonale è pari a 17.475,35 Euro, di cui 475,35 Euro sono il costo per l’estrazione del DNA e la tipizzazione (HLA-A, B e DRB1* LR) di conferma sia della precedente tipizzazione che dell’identità dell’unità SCO, e 17.000 Euro per il rilascio dell’unità e i costi connessi (controlli di qualità esclusa la tipizzazione HLA, costo del personale sanitario addetto alla manipolazione delle CSE, eventuali campioni materni, materiale d’uso, ecc.)”.
Ma le biobanche sono in crisi o no?
Dall’inizio dell’attività delle banche sul territorio italiano (1993) a tutto il 2013 sono state rilasciate in tutto 1.283 unità, per un ammontare complessivo di circa 22.000.000 di euro che sono andati a sostentamento delle banche. Distribuiti in maniera non uniforme in vent’anni. Molte biobanche pubbliche hanno chiuso perchè il sistema sanitario non riesce a mantenerle tutte e questo ha ridotto ulteriormente la raccolta utile alla donazione già scarsa. Su circa 450.000 parti solo 300 sacche vengono raccolte ed il servizio è attivo in pochissimi ospedali. Mentre la raccolta per la conservazione privata può essere effettuata in tutti gli ospedali. A questo si aggiunge che il SSN per fare cassa ha deciso di applicare un ticket sanitario per il rilascio della autorizzazione alla conservazione privata. Un Ticket che varia da € 150 a € 300. Esagerato se consideriamo che una biobanca chiede mediamente per la conservazione poco più di 30 euro”.
E le biobanche private che falliscono?
“A me non risulta. Hanno chiuso, semmai, le agenzie commerciali che si occupavano di fornire tale servizio appoggiandosi alle Biobanche private.
Certo manca il controllo delle biobanche private, questo è vero.
Una struttura come la nostra, sia pubblica che privata, per poter operare e garantire il rilascio del campione di cellule staminali al momento del bisogno deve possedere l’accreditamento FACTNetcord. Requisito essenziale”.
Perchè lo Stato e per lui il Ministero della salute non accredita le biobanche private che operano in Italia attraverso la valutazione dei requisiti essenziali?
“Noi abbiamo fatto una proposta in tal senso ma nessuno l’ha accolta. Una verifica e quindi una autorizzazione mette in sicurezza i cittadini. Ciò che comunque ritengo inaccettabile è l’informazione errata, quella che vuole fare notizia con la malasanità  a tutti i costi...“