Prevenzione, multidisciplinarietà, rsa “aperta” sul territorio, ferve il dibattito a Long Term Care 7

Long Term Care seven, la settima edizione degli stati generali dell’invecchiamento attivo, organizzata da Italia Longeva al Ministero della Sanità di viale Ribotta, ha visto l’interessante relazione statistica “La mappa delle fragilità in Italia” presentata dal prof. Roberto Bernabei e illustrata in aula da Davide Vetrano. 

Come anche il sottosegretario Pierpaolo Sileri ha commentato, la ricerca sottolinea anzitutto come i dati raccolti debbano essere un monitoraggio che continua nel tempo con puntualità e precisione, senza i vuoti attuali che purtroppo ci sono, in modo da costituire un database utile alla programmazione preventiva, ad affrontare con consapevolezza le emergenze che purtroppo non sono finite, a individuare quanto e quale personale servirà ed i fondi necessari per la Sanità del futuro. Questa – oggetto del dibattito e delle tavole rotonde di Long Term Care 7 – dev’essere ispirata alla prevenzione e alla prossimità delle cure; ad abolire i tetti del numero dei medici e degli infermieri; ad un cambio di cultura, ossia del sistema di governance dei sistemi finora adottati per organizzare il SSN, senza dubbio approssimativi.

 Il nuovo modello avrà, si è detto, al centro la Salute come principio e sia l’Assistenza domiciliare che le Rsa dovranno adeguarsi alla presa in cura della persona a tutti i livelli. Ora, se per l’ADI, è apparso dal dibattito di LTC 7, siamo ancora molto indietro, poiché la natura è ancora prestazionale mentre si deve arrivare alla “presa in carico” del paziente fragile (e non si parla solo di anziani) per le Rsa occorre superare l’eterno dubbio fra personalizzazione delle cure o maggiore ospedalizzazione, cui il Covid ha costretto tutte le strutture. 

  Il Modello di Assistenza sarà, dev’essere, di rete, digitalizzato, multidisciplinare. Anzi, forse sulla scia della sperimentazione positiva della Lombardia (citata da Letizia Moratti nel suo intervento), si potrebbe pensare a rendere operativo il modello Rsa aperta, dove esistono servizi come il diurno o il soggiorno breve, che serve al territorio, soprattutto aiuta molto le famiglie e i caregivers familiari. Insomma, al ministero più di un dirigente e caposezione, che si sono alternati nelle relazioni della prima giornata di studio, si studia ora in maniera massiva il miglioramento del sistema di cura delle persone fragili, attraverso i luoghi (case e ospedali di comunità da avviare); l’aumento del personale e la sua formazione multidisciplinare; nuovi modelli di rete per la presa in cura, come la farmacia dei servizi o il ruolo del medico di medicina generale, da implementare.

Solo così si arriva poi a migliorare e indirizzare correttamente, in modo più mirato, i Fondi Pnrr da spendere e l’attuale stabilito incremento del Fondo Sanitario Nazionale. Che, si spera, non subisca mai più tagli come è successo negli anni passati.

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